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Madonna con bambino

Davide Foschi

Il lungo dipanarsi delle epoche storiche ha visto comparire, di quando in quando, esseri umani che, per predisposizione innata, hanno sentito il bisogno di proiettarsi oltre i confini delle convenzioni e di partire verso nuovi orizzonti, spinti da un’arcana consapevolezza. Sono i pionieri dello spirito, in avanscoperta verso nuovi territori artistici, culturali o filosofici. Benché non sempre compresi appieno, riescono a radunare attorno a sé tante altre anime che condividono la loro missione in qualità di compagni di viaggio. Davide Foschi fa parte di questa cerchia eletta, attraverso la sua arte che sembra provenire da un non-tempo e da un non-spazio, dove semplicemente l’Essere è, senza forma o definizione.

Il fondatore del Metateismo distilla l’essenza dell’umano estrapolandone la sostanza trascendente. Tutte le opere di Foschi, infatti, sono permeate dal contatto con la dimensione del sacro, in una ricerca incessante del Graal interiore attraverso un percorso labirintico, nella consapevolezza che la via d’uscita si trova dentro. Questa Sehnsucht ha il suo ideale compimento artistico attraverso l’integrazione degli opposti, da attuarsi armonizzando le inevitabili dualità: nelle sue opere si amalgamano echi d’Occidente e suggestioni d’Oriente, lampi di luce e velami di tenebre, in un’armonia che comunica attraverso la brillantezza del colore e un dinamismo in metafisica espansione.

Per Foschi il ritorno al Bello, fondato sulla sacralità dell’essere umano, non può prescindere dal dialogo con gli antichi maestri. Il fondo oro adoperato nelle Icone dinamiche non è mera evocazione nostalgica, è viva adesione al sentire neoplatonico e alla visione trascendente della luce divina, «luce intellettüal, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore» (Dante, Par. XXX, vv. 40-42). La sua poetica personale è costellata di riferimenti a Leonardo, pittore e scienziato in grado di congiungere gli opposti in nome dell’unità delle arti: pensiamo alla Nuova Cena, dove la luce cristica è insieme fulcro, spaccatura e convergenza. Ma l’artista metateista ha instaurato un fitto dialogo anche con Raffaello, il Mago del Rinascimento: è il caso di Madonna con Bambino, ispirato ai capolavori dell’Urbinate. Nelle sue pennellate lucenti ed espansive, rivisitando le teorie dei colori di Goethe, il maestro Foschi incorona una Maternità che sprigiona una potenza dall’impatto ultraterreno. Un connubio di pathos e tenerezza che rievoca la teofania della Madonna Sistina di Raffaello ma anche la purezza dei mosaici medievali, reinterpretati con un dinamismo futurista che sembra citare Balla e Boccioni.

Guidato dalla pittura alchemica di Raffaello, Davide Foschi invita a sua volta l’osservatore a cercare il sostrato metafisico che si cela sotto il velo dell’apparenza dettata dai sensi. A questo punto è impossibile non citare La Pietà, l’opera del Mistero: una tela realizzata in circostanze misteriose e tuttora in costante trasformazione. Un enigma per migliaia di visitatori, laici o credenti che siano: le figure sempre nuove che appaiono sul supporto pittorico sono uno specchio della realtà in perenne evoluzione, proprio come lo spirito umano. Ed è proprio questa consapevolezza a fare di Davide Foschi un artista evoluzionario nel vero senso del termine.

– Angela Patrono

Edward mani di forbice

Marco Zaffaroni

Ciò che rende unico un artista è la sua rielaborazione del reale in chiave soggettiva, al di là di convenzioni stilistiche o di mode passeggere. L’artista si situa sempre sulla sottile linea di confine tra demiurgo generatore e creatura generata: crea e modella la materia pur venendo da essa plasmato, in un moto perpetuo di co-creazione illimitata. Marco Zaffaroni infonde il soffio della vita in materiali solo apparentemente anonimi, pronti a trasformarsi in originalissime lampade da tavolo, ciascuna dotata di una propria individualità.

Non solo oggetti di design, dunque, ma anche pregiati manufatti d’arte, la cui lavorazione è frutto di un sapiente riciclo. L’artista milanese sa infatti valorizzare con cura ogni tipo di materiale, creando opere divertenti e giocose, in grado di accendere una “lampadina” anche nella mente dell’osservatore. Le sue creazioni sono talmente antropomorfe da instaurare un dialogo diretto con chi guarda, facendo leva su libere associazioni di idee legate alla cultura pop. L’intuizione di Zaffaroni, con quel guizzo scanzonato di chi non si prende mai troppo sul serio, produce manufatti artistici che, a seconda dell’interpretazione, diventano tipi psicologici, personaggi cartooneschi o fotogrammi di un film dal taglio surreale. Sulla scia degli oggetti ready-made di impronta dadaista, le lampade di Zaffaroni sono funambole sul filo sottile dell’ironia, pronte a donare un tocco di personalità all’ambiente. Forte di un’attenzione al dettaglio che bandisce ogni forma di banalità, l’artista neorinascimentale si merita un posto di tutto rispetto tra gli emergenti contemporanei.

– Angela Patrono

Opera in mostra

Edward mani di forbice

“Edward mani di forbice”

L’opera, chiaro omaggio al celebre film di Tim Burton, esalta forme ruvide e taglienti in una giocosa commistione tra materiali di riciclo e naturali.

Sangre's New Dada 45

Sangre

Il dadaismo, considerato entro una prospettiva storico-artistica, si colloca per molti aspetti sul crinale bifronte in cui il vertice del genio artistico occidentale sfuma nella provocazione concettuale extra-artistica. Con Dada l’arte al contempo diviene eterna e uccide se stessa. Gli esiti recenti prodotti da movimenti e artisti ispirati al dadaismo inverano sovente la sola componente “tanatofila” dell’Avanguardia storica novecentesca. Alla volontà di fissarsi, imperterrito e coraggioso, sul crinale proteiforme e liminale sopra citato, si richiama invece Sangre (nome d’arte di Marco Francesco Sangregorio). La sua opera si dimena creativamente nella logica extra-razionale del paradosso, facendo dell’ironia la chiave di una ricostruzione artistica dell’universo.

Il cosmo New Dada di Sangre rifiuta l’ordine, invoca il caos come sfida, esprime l’urgenza del rinnovamento socio-culturale. New Dada rappresenta per Sangre l’evoluzione di un percorso artistico da autodidatta, partito dall’astrazione, mossosi attraverso l’arte figurativa e ritrattistica, approdato – come la generazione di Duchamp – a un’arte che irride se stessa, annuncia il suo stesso tramonto, mostrando la bellezza della vacuità, la profondità del non-senso, la potenza estatica dell’eccentricità. Il “microbo vergine” – così Tristan Tzara definì il dadaismo – abita il vano, il caso e l’effimero. Proprio dimorando nel nulla riesce a scorgervi la pienezza radicale della libertà: “Si tratta infatti di superare sé stesso, si tratta di andar oltre a tutto quel che è vita e gioia d’ogni giorno, si tratta insomma d’incendiare tutto un mondo. E tutto ciò senza un perché, senza una speranza di ricompensa, senza una stella: solo per obbedire all’impulso senza nome che ci ha generato il disgusto, e ci ha resi indicibilmente assetati d’azzurro” (Julius Evola, dadaista italiano).

– Luca Siniscalco

Opere in mostra

Sangre's New Dada 45

“Sangre’s New Dada 45”

40 x 50 cm

Sangre edifica con sarcasmo, iperbole e paradosso un’opera che riesce a sfuggire a possibili esiti blasfemi immergendosi in una follia sacra.

Di estrema attualità il messaggio: il sincretismo culturale proprio della globalizzazione abbatte i muri fra culture ma ne impoverisce l’eredità simbolica e tradizionale. Proprio quella fonte viva che è origo prima dell’opera di Raffaello.

“Sangre’s New Dada 61”

40 x 50 cm

Pervasa di gusto postmoderno e citazionista, l’opera riprende un celebre particolare della Scuola di Atene di Raffaello, monumentale affresco d’inizio Cinquecento situato nella Stanza della Segnatura (Musei Vaticani).

Platone e Aristotele si scontrano su erotici umani troppo umani problemi.

Sangre's New Dada 61
Busto di Ponzio Pilato

“Busto di Ponzio Pilato”

30 x 20 x 10 cm (altezza comprensiva di “piedistallo” per larghezza massima per profondità)

Ready-made pienamente dadaista e duchampiano, l’opera inserisce la Crocifissione di Gavari (Raffaello, 1502-1503 – oggi conservata alla National Gallery di Londra), in un simbolo dell’angosciante dramma epidemico contemporaneo.

Pilato, colui che “si è lavato le mani”, assurge a simbolo paradossale dell’uomo contemporaneo.

“Chi sarà il Gesù Cristo della nostra generazione ?”, sembra chiedersi polemicamente Sangre…

Venezia

Natalia Jacquounain

Artista visionaria, dallo stile autentico e personale, Natalia Jacquounain riunisce nelle sue creazioni una vasta molteplicità di riferimenti artistici e di esperienze esistenziali. A risplendere nelle sue opere, in particolare, sono irradiazioni di tre correnti fondamentali dell’arte novecentesca: cubismo, espressionismo e surrealismo. La lezione del cubismo emerge soprattutto nella risoluzione geometrica delle forme spaziali e di taluni dettagli compositivi; la tradizione espressionista si mostra invece nell’intensità delle figure umane rappresentate, di cui è il lato emotivo, più che la mimesi descrittiva, a essere oggetto di studio; il magistero surrealista, infine, accresce d’intensità l’impalpabile clima onirico che pervade le tele. Ma a parlare, nell’estetica della Jacquounain, è anche una voce più antica eppure, proprio per questo, attuale: quella del Rinascimento italiano, con la valorizzazione della figura umana, la simbiosi fra microcosmo e macrocosmo, l’attrazione per l’altro da sé che richiama un mistero tremendo e affascinante, il misticismo della Bellezza e della Carne. Così, anche quando il tema affrontato dall’artista è il reale, nudo e semplice, le risposte univoche e monotoniche sono rifiutate con decisione, in favore della contemplazione del Mistero.

Uno stile peculiare e sincretico, insomma, che può essere rinvenuto nella più che quarantennale esperienza creativa ed espositiva dell’artista – le cui numerose mostre, personali e collettive, hanno avuto luogo in prestigiosi contesti espositivi, in Francia, Italia e Svizzera (Basel Art).

– Luca Siniscalco

Opere in mostra

Donna con furetto

“Donna con furetto”

L’esotismo mistico dell’artista è qui declinato come arcaismo barocco, in una figurazione essenziale, immersa in un blu soffuso, che il centro vorticante dell’opera pare impetuosamente assorbire.

Un motivo pienamente (neo)rinascimentale: evidente è il richiamo all’iconica Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci.

“Venezia”

Il motivo barocco è qui immerso in un uso sapiente del colore verde. Sulla nostalgia prevalgono questa volta il lusso e lo sfarzo.

Venezia

Roberto Venturini

Pervasa da un misticismo visionario, la pittura di Roberto Venturini scavalca le transenne del consueto per approdare nei lidi di un mondo onirico, magico, surreale. Nella sua arte, fusione alchemica tra estro e natura, riverberano echi di Dante, Jung, Platone, sapienti maestri che disseminano indizi sulla Via, spronando l’iniziato a trovare il proprio sentiero. Come nella raffaellesca Scuola di Atene, grandi anime riunite in simposio sono presenti, in maniera più o meno manifesta, nelle opere di Venturini. Ma questo universo così variegato ha una segreta connessione con un altro dipinto di Raffaello: Il Sogno del Cavaliere, in cui emerge l’afflato esoterico di stampo neoplatonico nel solco di una ricerca spirituale senza fine. 

Alchimista dei giorni nostri, Venturini trasmuta la materia grezza attraverso le fasi di un processo catartico. Fin dalla primissima lavorazione, la tavola è purificata attraverso la prova del fuoco: ardendo come una Fenice, viene esposta agli elementi naturali e cosparsa di sughero, sabbia, colate di cera; il rituale ha così compimento e l’artista può finalmente trasporre il frutto del suo spirito sul supporto materiale.

Nelle sue favole in punta di pennello, Venturini è di volta in volta miniaturista medievale, sciamano, pittore surrealista. La “pittura mistica”, così definita dall’artista, è mediata dal simbolo che sprigiona tutta la sua potenza in molteplici aspetti: nel contrasto cromatico, nella forma pura del cerchio o in caotici pigmenti primordiali, nelle fantasmagorie oniriche o nell’infinità di creature che popolano ogni tavola. Il Viaggio dell’Anima neorinascimentale è un percorso dal substrato cristologico, un’escatologia che redime un mondo in travaglio attraverso l’Amore. Ed è lo stesso artista – viator e guida al tempo stesso – ad accompagnarci lungo sentieri scoscesi e labirintici, per terra o per mare, passando attraverso il fuoco purificatore per approdare al Cielo.

Il percorso dell’anima ha origine da una Inizia-Azione, in un affollarsi di sagome, mostri e spiritelli immersi in un magma primordiale che può essere trasceso volgendo gli occhi a una luna benevola e foriera di pace; ciò prelude al dipinto successivo, Il Cristo, un inno al superamento della dualità conflittuale attraverso l’Amore consapevole. Sono vortici e cerchi, segni e bruciature a nutrire il Trittico, composto da opere dal vibrato sciamanico: Colomba della Pace, Incontro e Sogno, che raccontano il contatto con l’alterità e il desiderio di relazione dell’anima incarnata per fare esperienza nello spazio-tempo. Ma la coesistenza tra anime non è sempre idilliaca: per ignoranza, ottusità o malvagità, non tutti sono disposti a riconoscere l’Altro come fratello, e il dramma dell’ingiustizia perpetrata verso i più deboli è narrato in una tavola come Acqua tremenda, dove risuonano note dolenti in uno straziante omaggio ai profughi annegati nel Mediterraneo. Lo scenario che si presenta Dopo l’inquinamento è catastrofico, ma due impavidi esseri umani, muniti di tuta e scafandro, sono pronti a gettare i semi dell’umanità nuova. Dopo la purificazione si compie così una Metempsicosi, trasmigrazione delle anime, in cui le anime scelgono di ritornare sulla Terra per continuare la loro Missione al servizio di un Bene supremo, lasciando scorgere la possibilità di una palingenesi. Che si compie in Arrivo in Paradiso, un tondo che può rievocare le rappresentazioni dantesche di Sandro Botticelli e Gustave Doré, ma anche il fulgore divino della Trasfigurazione raffaellesca. Nella circolarità dell’Infinito le anime approdano alla Meta, la stessa visitata da Dante – raffigurato nell’opera insieme a Beatrice – nel suo capolavoro immortale. Ad accogliere i pellegrini al traguardo sono un cane e un gatto, messaggeri di un amore incondizionato oltre l’ego. Quell’Amore «che move il sole e l’altre stelle», che ci umanizza e divinizza al tempo stesso, portandoci fuori da noi stessi benché fissi nel nostro centro, finalmente riconciliati con l’Identità suprema.

– Angela Patrono

Opere in mostra

“Inizia Azione”

Tavola bruciata con sabbia, colature di cera, colori ad olio

66 x 51 cm

L’Essere, volando sulla Realtà, distilla il Pesante dal Leggero, la Terra dal Cielo, il Silenzio dal Rumore.

Le Mura dell’Impotenza ci ostacolano l’ascesa, ma una volta coagulata l’Essenza in un solido fluire, non ci resta che volgere gli occhi al Cielo e abbandonarsi alla Vita che Non Muore.

L’Amore è sempre la via d’uscita, ci illumina il cammino, ci dona la Pace e addolcisce il Cuore. Dopotutto basta salire in Cielo e scendere sulla Luna.

“Il Cristo”

Tavola tonda di legno bruciata con sabbia, piccoli sassi, pagliuzze, colature di cera, colori ad olio

Diametro 80 cm

Il Figlio giunge gioioso nel Mondo e ama ogni Essere di cui è Fratello sapendo che Lui è il Fratello di Sé Stesso e di Tutto quanto. Ma nella Libertà dell’Essere tutto è pensabile, in questa Tensione del pensiero, per necessità, si trova il contrario di ogni cosa… ed il Figlio, per questo, si specchia nel Cavaliere Nero dell’Abisso, nel Fratello del Non Essere.

Per superare il dualismo deve dubitare e scoprire che il non essere non c’è e lo si può solo credere.

Per poter Essere pienamente la sua Essenza, il Figlio dubita di poter sapere secondo l’Amore, facendosi così Uomo, ma l’Amore è la sua Essenza e per questo salva il Mondo.

“La Dama dell’Incontro”

Tavola tonda di legno, materico con colla, sabbia, segature, sassolini, caffè, zucchero, curcuma, rame, cera profumata, colori ad olio

Diametro 40 cm

Il Tempo e lo Spazio sono contenitori di Emozioni Vitali che invadono il Cuore di chi del Tempo e dello Spazio vive l’Eterno Presente.

La Pace porta all’Incontro che permette al Sogno di Essere Realtà.

“Acqua tremenda”

Tavola bruciata con sabbia, colature di cera, applicazione di chicchi di riso e fagioli secchi, colori a olio

87 x 79 cm

Acqua tremenda per i profughi del Mediterraneo, dove in questi anni migliaia di uomini, donne e bambini sono morti annegati per causa delle ingiustizie.

“Dopo l’inquinamento ancora armonia”

Tavola di legno con bitume, cera colata, segatura, gesso, stucco, colla vinilica, piccoli oggetti, colori ad olio

Diametro 80 cm

Due umani in tuta e scafandro galleggiano in uno spazio che ha raccolto tutta la storia dell’umanità che è stata capace di portare la disarmonia nel Bel Pianeta Terra fino alla sua catastrofe.

Dopo la catastrofe però, si ristabiliscono nuove figure con nuove relazioni che per necessità riportano il Bel Pianeta Terra all’armonia, con nuove forme di figure, con nuove relazioni, nuovi esseri e nuove storie.

I due umani, come astronauti naufraghi nello spazio del tempo futuro, osservano questo spettacolo.


Metempsicosi

“Metempsicosi, trasmigrazione delle anime”

Tavola di legno bruciata con colature di cera, sabbia e pittura ad olio

45 x 145 cm

Il Cristo lega ogni cosa in una sola, il Logos porta a tutti la Conoscenza per poter essere nell’Essenza.

Le anime distaccate dal loro involucro, come dalla crisalide alla farfalla, salgono su nel cielo per entrare in una valle. Un monte, come la prua di una nave che solca l’oceano dell’esistenza, ha un Cristo crocifisso, che accoglie con il suo amore le povere anime spaventate che non ricordano più le vite appena passate.

Così… scoprono che tutte le anime sono una sola cosa, e come studenti ripassano quello che hanno imparato, spurgandosi del sapere sbagliato. Ma poi… superata la cima del monte, possono ammirare il nostro pianeta come un gioiello che brilla nell’infinito.

Poi, per la felicità di tutti, c’è il Paradiso, che accoglie tutti con tanto amore. Ma le anime, dopo avere goduto di tanto amore e tanta gioia, vogliono tornare sul celeste pianeta, vogliono aiutare le anime più giovani ad amare… per poter continuare… e mai interrompere il navigare.


“Arrivo in Paradiso”

Tavola di legno con colla vinilica, pigmenti minerali, sabbia, colori ad olio

Diametro 80 cm

Finalmente in Paradiso!

“Un cane e un gatto stanno all’ingresso del Paradiso.

Il cane abbaia parole soavi ed il gatto miagola commenti affettuosi.

Poi in coro invitano le anime in Paradiso dicendo:

Entrate nel volo dell’amore!

Denudatevi dalle vesti dell’ego!

Abbandonatevi alla bella sincerità!

Nell’amore non ci sono né segreti né barriere!

Ognuno di noi è infinito!

… ed è bello sapere che è tutto vero …

…. perché tutto è una sola cosa…

 … e lo puoi essere solo se sei con tutti e tutti insieme!”

Rovello

Mauro Masetti

Il rapporto tra un artista e la sua opera è spesso paragonabile alla biblica lotta tra Giacobbe e l’angelo: un duello a mani nude con una forza superiore incontrollabile e selvaggia, da integrare e interiorizzare, non senza un intimo travaglio, per poi ricevere in ricompensa una “benedizione”, ossia un ampliamento delle facoltà percettive.

Mauro Masetti vive la creazione artistica in maniera carnale, viscerale, ascoltando le pulsazioni di un universo interiore in continuo fermento. Il risultato è una pittura che scava nei meandri del subconscio, riportando intatta l’essenza del Vero. I materiali di recupero usati dall’artista narrano di una bellezza mai scontata, da trovare anche nei piccoli frammenti di vita quotidiana che giungono alla consapevolezza come conchiglie trasportate dalla risacca. Il pittore, infatti, ha iniziato il proprio iter creativo proprio raccogliendo materiali portati come un dono dalle onde del mare nella costa ravennate. Ed è proprio dall’umiltà di semplici oggetti, coordinati con autentica maestria artigianale, che proviene la grandezza di Masetti, consapevole che il Bello universale è dato dall’armonia delle singole parti.

È il pensiero creativo ad assemblare ogni elemento e a dare significato ai significanti. Nelle tele di iuta di Masetti il senso si mimetizza tra pieghe e grumi di colore, fa capolino tra cromie ardenti e strizza l’occhio per poi sfuggire inafferrabile; ma all’artista non sfugge la sua scia invisibile e intangibile, che rimane impressa nell’anima come un’Idea platonica.

A tal proposito, non si può negare il confronto con un’opera lontana nel tempo, ma affine per portata concettuale. Nell’incessante dialogo di filosofi, scienziati e pensatori, la Scuola di Atene di Raffaello è un inno alla ricerca intellettuale come chiave della conoscenza, ponendo il Logos come fondamento della creazione. Allo stesso modo Masetti pone al centro della sua riflessione il rapporto tra mente e immagine che si risolve in opere come Contemplatore e Rovello: pitture vibranti di vita come oracoli senza risposta, che interrogano e si lasciano interrogare scrutando il volto dell’osservatore, slacci del pensiero in cui la tensione si risolve in fenomeni di pura energia creativa. 

– Angela Patrono

Opere in mostra

Contemplatore

“Contemplatore”

Intonachino, gesso, colla vinilica su tela di iuta, pittura acrilica

57 x 44,5 cm

Osservato e osservatore si con-fondono in quest’opera dai risvolti sorprendenti, in un gioco di cromie accese e pastosità materiche.

Come in un’istantanea del subconscio, Masetti incornicia l’ispirazione artistica che giunge da non-luoghi inenarrabili e soprassiede a ogni pensiero.

“Rovello”

Ritagli di cartoncino applicato su tela, pittura acrilica

63 x 48 cm

Dominata da un rosso declinato in toni energici, scandita da linearismi ritmici che vibrano su frequenze di alti e bassi, l’opera esprime la pulsione martellante e incessante dell’artista, ossessionato dalla smania del dipingere, che trova risoluzione solo nell’atto creativo.

Rovello
Save the Nature 37

Luisa Modoni

Il percorso creativo di Luisa Modoni si snoda su un linguaggio essenziale ma di grande impatto: un oceano dipinto dove confluiscono vibranti messaggi in bottiglia, che parlano in egual misura al cuore e alla mente di chi li osserva.

La quintessenza del segno è per Modoni un valore irrinunciabile. Nella sua produzione spicca Save the Nature 37, prototipo di una pittura in cui la stilizzazione delle forme e i simbolismi figurativi giocano un ruolo chiave. Tuttavia l’artista non indulge nel mero decorativismo, bensì, attraverso la potenza semantica del tratto, si fa carico di una missione fondamentale: richiamare, come novella Cassandra, al rispetto verso il pianeta Terra, la dimora del nostro temporaneo soggiorno, così spesso bistrattata e umiliata dall’indifferenza dei suoi ospiti.

Travalicando le futili distrazioni che accecano gli umani, la natura chiede diritto di parola attraverso una splendida rosa, che si fa portavoce dei suoi affanni. Simbolo di amore e misticismo declinato al femminile, la rosa vigorosa emerge in gigantesca fioritura come dopo un lungo letargo sotterraneo. È arte purissima a esprimersi in increspature di segni e relazioni, a significare la trama fittissima di interconnessioni che muove il mondo. Ogni azione, generata dal pensiero e potenziata dal sentimento, produce una conseguenza nel bene e nel male. L’invisibile diventa visibile: spetta all’essere umano farsi padrone del proprio destino attraverso quel libero arbitrio che si realizza perennemente attraverso le decisioni prese. Solo con la piena coscienza delle proprie azioni la frattura sarà sanata e l’armonia tra uomo e natura potrà compiersi.

Un intento che si riallaccia idealmente al Sogno del Cavaliere di raffaellesca memoria: il potere di attuare una scelta per risolvere il conflitto apparentemente insanabile tra Virtus e Voluptas, tra conoscenza razionale e piacere dei sensi. Nel dipinto di Raffaello è la stessa natura che si fa mediatrice, nell’albero di alloro che divide simmetricamente la scena o nel placido paesaggio collinare con due percorsi complementari. Un’immagine di ascendenza neoplatonica che rimanda all’armonia degli opposti, votati alla convivenza pacifica per un bene superiore: quella comunione cosmica che l’arte di Luisa Modoni, nel suo vibrante dinamismo, sembra auspicare.

– Angela Patrono

Opera in mostra

Save the Nature 37

“Save the Nature 37”

Tecnica mista (pomice, acrilico) su tela

50 x 50 cm

2015

Luisa Modoni riesce a cogliere quella Rosa primordiale che evoca un ritorno alla Natura, respiro del Divino. Lo fa illustrando lo smarrimento dell’uomo contemporaneo che si dimena nel caos, ignaro della bellezza presente a ogni passo.

L’artista gioca con il primitivismo, la street art e il surrealismo, tra echi di Keith Haring e omaggi alla Rosa meditativa di Dalì. Una Rosa che è tempio e tabernacolo da proteggere e custodire.

Portale Metateista

Enzo Cosi

Enzo Cosi ha la rara capacità di sovra-umanizzare la materia. L’artista, ricettivo ai messaggi del mondo naturale e dell’oltremondo spirituale, riesce a unire i due universi in perfetta sintesi attraverso le sue creazioni. Oltre il profilo delle vette montane, fonte di perenne ispirazione, l’artista capta una voce ancora più sottile, che rende la sua scultura un omaggio all’invisibile immanifesto. I materiali semplici ed essenziali da lui adoperati rivelano una riflessione in senso neoplatonico sul destino dell’uomo, anima rivestita da un involucro terreno e degna di partecipare alle bellezze della creazione in tutta la sua meravigliosa complessità. Le sue sculture sono varchi, usci, ingressi che conducono al santuario dell’interiorità o ad un’alterità velata di indicibile mistero.

Perno della sua suggestiva produzione, il Portale Metateista richiama all’attraversamento iniziatico, fungendo da soglia sacra tra due stati dell’essere. Un ruolo simile è rivestito dal tempio a pianta centrale che torreggia nello Sposalizio della Vergine di Raffaello: tutte le linee convergono infatti verso il suo portale, fulcro dell’intera composizione. L’evoluzione verso la consapevolezza pone il Portale Metateista di Cosi in dialogo ideale con un’altra opera raffaellesca, la Trasfigurazione, che segna la progressione tra dimensione umana e divina. A sua volta, Enzo Cosi ci chiede di oltrepassare un’altra soglia metaforica, quella di Trapasso. L’opera in calcestruzzo, nuda nella sua essenzialità, è un potente richiamo alla liberazione dell’anima da tutto ciò che la tiene ancorata al peso delle incombenze materiali: paure, giudizio, abitudini malsane. L’artista celebra quindi il divenire in perenne svolgimento verso una coscienza più evoluta, in un processo ciclico come la vita stessa. La forma si inscrive nella materia creando giochi di pieni e vuoti, in un eterno presente trasfigurato dalla creazione ispirata. Evocazioni tra cielo e terra che solo un artista dalla fine sensibilità può compiere.

– Angela Patrono

Opere in mostra

Portale Metateista

“Portale Metateista”

Legno dorato e incenso

74 x 33 cm

2017

Il portale di Cosi è una soglia perennemente aperta sulla trasformazione spirituale. Non prevede chiusure, lascia spalancata ogni possibilità, trascende il medium della materia.

Protagonista è l’osservatore, che in un gioco di corrispondenze diviene co-creatore, oltrepassando il portale o scrutando con discrezione nelle aperture che consentono di intravedere scorci inaspettati.

“Trapasso”

Calcestruzzo

90 x 50 cm

2016

L’attraversare soglie lascia sempre una traccia.

Con ineffabile poesia Enzo Cosi descrive l’essere dall’altra parte del velo, e la sottigliezza del passaggio assume la solidità del calcestruzzo, a sancire la portata materica di un evento soprannaturale.

Trapasso
Senza titolo

Adriano Foschi

Nella sua lunga e luminosa carriera, Adriano Foschi ha sempre saputo cogliere l’unità nel molteplice. Fin dalle primissime opere, la sua arte di avanguardia ha trasceso la fissità dell’icona e della convenzione, ha attraversato con grazia i campi del figurativo e dell’astratto, ha sfatato il mito dell’opera unica valorizzando la riproducibilità tecnica come mezzo di diffusione culturale.

Sia nelle sperimentazioni più ardite che nelle composizioni più canoniche, la sua arte è intrisa di omaggi a maestri di ogni tempo, come Botticelli, Caravaggio, Tintoretto. Del resto, il suo percorso affonda le radici in una secolare tradizione pittorica di famiglia, culminante nel figlio Davide, anch’egli artista visionario e innovatore. Nonostante ciò, Adriano Foschi conserva la sua singolare specificità nel panorama contemporaneo. La sua è un’arte poliglotta, che non si cristallizza in una singola espressione ma sa spaziare nel vasto orizzonte delle possibilità, arrivando a fondere linguaggi apparentemente antitetici, come nel caso dei suoi “alimenti poetici”.

Nelle opere degli anni Settanta è la linea a dominare incontrastata, come in uno dei suoi dipinti più celebri, Tensione di equilibrio: un’intersecazione cromatica che squarcia la tela in simmetrie minimalistiche, forse memori dei tagli di Fontana. Un’essenzialità che nelle opere di Adriano Foschi rivela sempre uno slancio verso un Oltre, una dimensione insondabile dove il velo dell’illusione cade assieme ai suoi orpelli materici, e ai nostri occhi si palesa finalmente il Reale nella sua essenza più pura e incontaminata.

– Angela Patrono

Opera in mostra

Senza titolo

“Senza titolo”

Olio su tela

60 x 120 cm

1987

Adriano Foschi elabora una poetica dello sguardo fatta di morbide ondulazioni contrapposte a una linearità netta ma paradossalmente soffusa nella sua trasparenza. Il messaggio pittorico suggerisce uno spazio dell’anima illimitato, che straborda dal restrittivo confine delle imposizioni. Un gioco di sfumature amalgamate in un impasto cromatico dal retrogusto onirico, che per sua natura si alimenta solo di vastità.

Omaggio a Raffaello

Doris Harpers

Doris Harpers, artista e insegnante di pittura, attinge allo sconfinato repertorio di ricerche spirituali che fanno capo all’antroposofia, disciplina fondata da Rudolf Steiner. Come il grande esoterista e filosofo di lingua tedesca, fautore della scienza dello spirito, l’artista trasmuta i segnali del mondo alla luce di una verità soprasensibile e la sua produzione è permeata dall’intima accoglienza di una realtà superiore. La sua personalità pittorica si esplica nella funzione lirica del colore, rivestito di grazia eterea come nube impalpabile.

Ciò è evidente nel meraviglioso olio su carta composto da cinque piccoli quadri, Omaggio a Raffaello: cinque variazioni sul tema Madonna col Bambino. Un incontro tonale fatto di luminosi cromatismi, che celebra un tema assurto a topos universale: la Maternità in quanto espressione del Divino Femminile. Questa polifonia compositiva ci rivela che il mondo materiale è manifestazione dello spirito. Il colore è origine e grembo, un ventre caldo e accogliente che prende corpo nell’evanescenza della luce: per assonanza, l’amore generativo di una Madre.

Il Cristo Bambino, la Luce del Mondo, discende dalla Luce purissima ed è Maria a farsi ponte tra Cielo e Terra, fecondata dal soffio dello Spirito. Nell’Incarnazione di Cristo, infatti, avviene il ricongiungimento tra umano e divino. Un esempio sublime di questo concetto, espresso nella forma artistica, è la Madonna Sistina di Raffaello, in cui il sacro irrompe con delicata solennità nel palcoscenico terreno; ma pensiamo anche alla Trasfigurazione raffaellesca della Pinacoteca Vaticana, manifestazione del Divino attraverso una luce sfolgorante. È il trionfo dell’Amore che si fa carne fecondato dallo Spirito, un Amore che dal Cielo proviene e al Cielo è diretto, nel ciclico gioco dell’eterno ritorno. Allo stesso modo, attraverso il dono dell’ispirazione, Doris Harpers è canale creativo che usa il colore in chiave poetica, suggellando la visione pittorica nel lirismo verbale, in uno scambio di continue corrispondenze. Nella composizione spiccano infatti i versi di Novalis, figura che presenta più di un tratto in comune con l’Urbinate: «Nel poeta Novalis si manifesta in parole meravigliose ciò che Raffaello aveva messo dinanzi all’umanità nelle più splendide forme, nei più divini colori» (Ultima conferenza di Rudolf Steiner, Domach, 28 settembre 1924).

– Angela Patrono

Opera in mostra

Omaggio a Raffaello

“Omaggio a Raffaello: cinque variazioni sul tema Madonna con Bambino”

Olio su carta

5 quadri piccoli su cartone nero

100 x 70 cm

L’artista concepisce una delicata meditazione sul senso dell’Incarnazione e della maternità, elaborando un omaggio al Femminile sacro rappresentato da Maria, generatrice di salvezza. In questo, l’opera rimanda idealmente alla Madonna Sistina di Raffaello, con il Cristo Bambino che discende dal cielo tra le braccia della Madre: lo spirito si incarna nella materia.

L’opera si compone anche di un testo poetico di Novalis dedicato a Maria e tradotto dalla stessa artista.

Il canneto

Marco Nava

Il temperamento di Marco Nava si flette, come canna di bambù, all’imperversare del risoluto e ribelle vento neoavanguardista: l’indole dell’esteta volge in due direzioni, fondamentalmente, e ivi trovano soluzione i suoi rebus esistenziali.

L’artista ferrarese addova, nella tela, la propria ridda di riflessioni e inquietudini: egli le dirime, traducendole in lievi seppur provocatorie astrazioni metafisiche figurate e altresì in dinamiche disaggregazioni della realtà.

La sua capace mano trasla l’ineffabile, trasponendolo dalla magione soprasensibile ad una dimora dalle pareti surreali.

Nell’annichilimento di ragione e sensatezza, l’autore ferrarese edifica delle pregevoli alternative figurate, ove i dettagli sensibili assumono nuove fattezze: nel frangersi dei dictat, si libera l’eloquio della poetica di Marco Nava.

Essa involve l’astante nella dimensione in cui l’interrogativo destabilizza e spaesa.

Nell’incertezza creata dall’incontro col diverso e con l’ignoto risiede, quindi, la chiave per risolvere l’enigma: la nascita di un pensiero altro, che diviene, poi, possibilità.

Così, l’avvicendarsi di annullamento e risveglio divengono l’incipit, che sancisce l’addivenire ad una maturazione personale, nel percorso evolutivo individuale.

– Maria Marchese

Opera in mostra

Il canneto

”Il canneto”

Colori a olio su tela

90 x 70 cm

“Il mio vocabolario è l’universo… un uomo è tanto più grande quanto universo ha in sé”
(Tancredi Parmeggiani)

Marco Nava celebra il Maestro, con un’opera che esprime l’individuo come essere in divenire: ciò accade quando quest’ultimo si nutre “del tutto”.

Raffaello Sanzio alligna la propria essenza ad un percorso personale, proficiente verso alti raggiungimenti intellettivi, artistici e altresì spirituali.

Abbraccio Neoplatonico

Liliana Russi

Liliana Russi concreta intuitivi e ispirati nicchi, che divengono magione di preziosità contemplative.

L’autrice milanese aduna, sulla tela, l’immediatezza di un pensiero precipuo, carpito in seno al fuggevole momento.

Coltone, quindi, il fugace e spirituale brivido, l’artista lo traduce, attraverso l’impiego di frugalità materiche, in sensibili diastemi artistici, affinchè l’osservatore possa tangere l’ineffabile.

Le sue prose informali mutano in una percorrenza, che si dirime tra l’entità umana e quella superna.

L’esteta milanese ivi plasma non casuali contingenze, ove il contraddittorio tra materia e spirito si annichila;

esso evolve poi, naturalmente, in un nodale brano esistenziale, del percorso di maturazione individuale.

Ogni singola astrazione figurata dell’autrice consente, all’astante, di “toccare con mano” la dissertazione involta, poiché la rudezza formale si nullifica allorché sposa il contenuto riflessivo, in essa, impresso.

Liliana Russi foggia asprezze e virtù, dapprima, addentro la materia e le vivifica, poi, esprimendole mediante modulazioni tonali, che ne scandiscono vesti umorali e situazioni.
Nelle opere dell’artista, la rudezza dei dettagli formali digrada nella profonda levità del soffio mistico, armonizzandosi, così, in doctrinae vitae (insegnamenti di vita).

– Maria Marchese

Opera in mostra

“Abbraccio Neoplatonico”

Liliana Russi addova il Maestro nel superno: ivi egli osserva e muove le passioni.

Esse, impalpabili, si librano nel nitore dell’etere, conferendogli, un’inconsistente pienezza.

Pegaso e unicorno

Joe Russo

Un vento ribelle spira, tra le tele di Joe Russo…

L’artista siciliano attua, una stagione dopo l’altra, un ludico e sopraffino avvicendarsi di sperimentazioni artistiche: esso afferma il dissenso dell’esteta nei confronti del clangore, che imperversa nell’ambito sociale e non.

Questo periodo, lo vede esprimersi attraverso un plurisignificante e intimo addivenire a intuizioni.

Il temperamento dell’autore frange la sfera tonale, quella temporale e altresì la condizione sancita dai dictat formali. Realizza, quindi, un lavacro assoluto: il nitore del bianco, custodito da un intimo e luminoso silenzio, ne è la risultanza.

Il bianco muta, dapprima, in disorientamento, per approdare, in seguito, alla rada ove la pagina vuota diviene meta e, poi, origine: ivi l’autore sancisce l’incipit.

Questa tinta involve il potere dell’intera gamma cromatica eppure non condiziona: essa esige un religioso ascolto.

Addentro quest’ultimo, che diviene diastema essenziale e necessario, quale vivido spazio tra il sensibile e l‘inafferrabile, prende corpo la riflessione custodita nell’elaborato artistico e altresì nella sensibilità dell’astante.

L’artista crea, così, uno spazio comune, inviolabile: qui, intemperanze e docilità, sia intellettive che spirituali, di entrambi hanno la possibilità di esprimersi liberamente.

La parola figurata dell’autore coinvolge soggetti, la cui personalità iniziale perde sembianza per digradare, spontaneamente, in evocazione: egli annichila la certezza, dando così voce ad una poesia primigenia e spontanea.

– Maria Marchese

Opere in mostra

Fenice

“Fenice”

Tecnica mista

90 x 180 cm

Joe Russo esprime, addentro il principio, l’eleganza e la forza della rinascita: essa s’apre, attraverso la realizzazione dell’immagine della fenice, verso un ignoto volo.

Volge lo sguardo al vissuto, la mitologica figura, ma l’apertura alare custodisce la possanza e la maestria per affrontare l’arcano divenire esistenziale.

“Pegaso e Unicorno”

Tecnica mista

90 x 180 cm

La libertà, la purezza e l’acume trovano forma, nell’opera “PEGASO E UNICORNO “ . L’artista esprime, sulla superficie, pulsioni e doti scelte, che operano, in maniera significativa, nel percorso individuale esistenziale.

Le figure mitologiche involvono intensità e altresì levità, di qualità necessarie per l’evoluzione intellettuale e spirituale dell’essere umano.

Pegaso e unicorno
Dittico... la rosa e la volpe

Fiorella Pittau

Fiorella Pittau “ruba”, da impalpabili spazi interstiziali, il nucleo essenziale di ciò che, in seguito, trasla sulla tela.

L’artista accede, a questi ultimi, in maniera naturale e immediata: la risultanza di tale arcano percorso si aduna entro i “non limiti” delle sue opere.

L’autrice grossetana nullifica le pareti costituite dagli insegnamenti accademici, per donare, alla sensibilità dell’astante, preziose frugalità artistiche, che involvono significative stille concettuali e altresì spirituali.

Esse si manifestano come amabili graffi sulla quotidianità: mettono a nudo, infatti, asprezze e levità umane, concettuali e non.

Ella crea poetici nicchi ove l’anima trova dimora: ivi l’individuo “tocca con mano” ciò a cui la ragione, spessamente, preclude l’acceso.

La scelta dei dettagli matrici diviene, quindi, il cardine di questa dimora terrena che, per ossimoro, si frange, liberando il senso di una soprasensibile magione.
Tutto ciò rende l’esteta di Scansano una figura peculiare, che si distingue dal bailamme artistico attuale.

I suoi traslati figurati divengono, quindi, una spontanea liaison tra mondo terrigeno e sfera alata, in grado di far vibrare recondite corde della sensibilità.

Maria Marchese

Opere in mostra

Marmo Rosa

“Marmo rosa”

Colori acrilici e polvere di ematite

49.5 x 71 cm

Giugno 2020

L’essenza femminile ricorre sovente nelle opere dell’artista: quest’ultima la riconduce a fondamentali valori spirituali.

Con “Marmo rosa” l’esteta staglia, nella preziosità di un immaginario marmo portoghese, le sinuosità della donna.
Il materiale scelto diviene, qui, custode di mestizie e acutezze, proprie di un vissuto, donando alla donna, una nuova, preziosa e lieve veste con la quale ella si muoverà, attraverso le arcane vie del mondo.

La staglia, poi, in una realtà che odora di boschivo, per sottolinearne la freschezza e la spontaneità.

Nel contesto creato dall’esteta ella diviene altresì, terra ferace e pronta ad essere fecondata dalle energie di cui l’aere è pregna.

Passione, facondia intellettiva e cambiamento respirano entro le vibrazioni tonali del rosso, del giallo e dell’azzurro.

“Dittico… la rosa e la volpe”

Colori acrilici su tela e pennarelli

49.5 x 71 cm

Luglio 2020

“L’essenziale è invisibile agli occhi”.
(Da “Il piccolo principe”)

Per rendere omaggio al Maestro di sempre, Fiorella Pittau riconduce l’attenzione su ciò che, nella impalpabile realtà, diviene fondamento sensibile, indispensabile per creare.

Nella dicotomia tra ciò che ai sensi umani risulta inafferrabile e la materia viva, che diviene nucleo fondamentale foriero di edificazione spirituale e non, ha sede quindi l’incipit del creato.

Amore e amicizia vengono, qui, effigiate dall’esteta in un imprescindibile dittico e, seppure preservando la loro differenza sostanziale, ivi si uniscono in un’unica voce.

Dittico... la rosa e la volpe
Medioevo Tecnologico

Ross

La poetica di Ross, nome d’arte di Rosella Maspero, cofondatrice del Centro Leonardo da Vinci ed esponente dell’Avanguardia del Metateismo, si connette direttamente al suo percorso di formatrice e, in particolare, al metodo di ricerca da lei creato, basato sull’utilizzo dell’arte come mezzo privilegiato per interrompere l’incantesimo ipertecnologico del postmoderno a favore di una rimodulazione in senso umanistico della tecnologia e del suo utilizzo.

Strumenti elettivi della sua arte sono installazioni e performance che la critica ha definito “rappresentazioni dell’interiorità umana”, sottolineando la loro tensione comunicativa fra il piano visibile dell’installazione e il richiamo ad una sensibilità tutta sovrasensibile. Il tema principale della poetica di Ross, infatti, interroga il rapporto fra la tecnica moderna – nella sua dimensione nichilista di “volontà di potenza” – e la dimensione emotiva, corporea e spirituale dell’uomo: presentandosi sul piano tecnico-formale come arte sperimentale e concettuale – pienamente moderna dunque – Ross mira a intrudere il sistema dell’arte contemporanea mostrandone i chiaroscuri e, al contempo, le chiavi di una possibile rielaborazione, all’interno di un’ermeneutica artistica profondamente attuale.

L’arte, in Ross, trapassa così a superamento delle tradizionali distinzioni disciplinari, imponendosi come sofo-tecnica: una metodologia al contempo ideale e pragmatica per ripensare l’urgenza contemporanea di una sapienza autentica e condivisa.

Opera in mostra

“Medioevo tecnologico”

Installazione

2018

L’opera ha una genesi complessa, indispensabile, tuttavia, per comprenderne esiti e propositi.

Durante una performance, Ross ha recitato al pubblico frasi e citazioni sul tema dell’uso/abuso della tecnologia, scattando una foto agli spettatori in cui risultasse lo schermo di un cellulare riflesso nei loro occhi, per realizzare successivamente la medesima foto con l’occhio “liberato” dalla schermo.

Le immagini sono state radunate in due pannelli distinti e presentate in collegamento a due cover di smartphone caratterizzate dalla denominazione “dis-cover” – a tematizzare l’importanza della “scoperta” di noi stessi e del mondo, un evento esistenziale fondamentale che può realizzarsi solo se l’occhio viene liberato dell’imposizione tecnica, riacquistando una vista non più soltanto corporea e quantitativa.

L’installazione recupera d’altra parte la potenza degli sguardi propria dei protagonisti delle opere di Raffaello, la cui sapienza neoplatonica si ricollegava direttamente all’immagine della luce, simbolo del piano metafisico.

Angela Patrono

Angela Patrono

Se c’è una costante nella mia vita, è l’amore per l’arte. Da sempre dotata di una fervida immaginazione, ho iniziato a disegnare personaggi tutti miei all’età di tre anni e a inventare i primi fumetti all’età di quattro, ideando anche le sigle per ogni storia, come fossero cartoni animati. Da allora il disegno è stato l’amico che mi ha accompagnata, sorretta, confortata in ogni stagione della mia vita. Penna e matita erano – e sono – bacchette magiche con cui sovvertire le regole e trasformare il reale. Tuttavia non ero ancora entrata in contatto con i grandi maestri dell’arte, mi limitavo ad ammirarli da lontano: sguazzavo nella mia piscina gonfiabile senza avventurarmi nello sconfinato oceano della conoscenza. Nel frattempo l’incontro con Dante, sui banchi di scuola, ha avuto il duplice merito di avvicinarmi alla poesia e riconciliarmi con quel senso di infinito che da sempre mi ha abitato. La folgorazione è arrivata in seguito, per vie misteriose, come tutto ciò che è in grado di cambiare la vita definitivamente. Nel 2004 ho avuto un’ispirazione improvvisa: realizzare un fumetto su Sandro Botticelli. Mossa da questo impeto creativo, ho iniziato a reperire quante più informazioni sull’artista, sentendo una connessione profonda con lui e il suo mondo. Benché laureata magistrale in Lingue, ho intrapreso con passione lo studio della storia dell’arte, focalizzandomi sul Rinascimento fiorentino. Alla figura del grande Botticelli, fondamentale nelle mie ricerche, si sono affiancate quella del suo allievo Filippino Lippi e del geniale Leonardo da Vinci.

Il mio trasferimento a Firenze è stato il suggello ideale di questo percorso umano e artistico. Attualmente tengo conferenze su Botticelli e Dante, studio per conseguire la laurea magistrale in Storia dell’Arte, sto portando avanti un progetto per dedicare a Sandro una targa commemorativa. E, negli anni, ho incontrato tante persone meravigliose. Come Davide Foschi e Rosella Maspero, due anime belle con cui sono entrata in immediata risonanza.

Conoscere la realtà del Nuovo Rinascimento ha segnato una tappa importante nel mio cammino. Con immensa gioia mi sono ritrovata a condividere i valori fondanti di questo movimento trasversale ed eterogeneo: l’amore per la bellezza, l’arte (e l’artista) come veicolo terreno del trascendente, la sacralità dell’essere umano, la cultura come strumento di evoluzione, il dialogo tra le diverse discipline in nome di un nuovo umanesimo. Come co-curatrice di mostre d’arte contemporanea ispirate a Leonardo e Raffaello, ho potuto ascoltare e apprezzare una pluralità di voci artistiche diverse ma complementari, ciascuna con la propria storia da raccontare, con un’interiorità e una poetica personale da valorizzare.

Il senso del Nuovo Rinascimento è quello di riscoprire il Bello che da sempre dimora in noi e irradiarlo verso l’esterno, in un flusso costante e rigenerante: l’interno si propaga all’esterno, l’alto si rispecchia nel basso e viceversa, come insegnano le grandi tradizioni iniziatiche. Il movimento culturale con sede a Milano racchiude una polifonia di anime diverse tra loro, ma pronte a far vibrare le loro note uniche e personali. In quest’ottica, la guida dei maestri del passato è essenziale per riscoprire la vera essenza dell’umanità contemporanea e proiettarla verso il futuro. I grandi artisti sono come stelle che a distanza di secoli non smettono di irradiare la propria luce su di noi, sperduti viandanti di un presente caotico e frammentario. Sulla scia del loro esempio splendente, siamo chiamati ad assolvere alla nostra vocazione dell’anima, la nostra Missione. Ciascuno di noi è uno scrigno che racchiude un potenziale infinito. Noi e solo noi siamo i detentori della chiave. Ogni essere umano è il creatore della propria realtà; spetta a ciascuno di noi seminare pensieri di amore, pace e benessere, attraverso un atto di volontà consapevole che porterà ad azioni ispirate. L’arte, in questo, è un potente strumento per l’evoluzione e il risveglio della coscienza. E io credo che, finché esisteranno isole felici come il Nuovo Rinascimento, propulsore di un cambiamento attivo e pro-positivo, ci sarà ancora speranza nel genere umano. Sì, perché se c’è un’altra costante nella mia vita, è la certezza che nulla è impossibile.

– Angela Patrono

Luca Siniscalco

Luca Siniscalco

Radici e futuro di un’arte della trasfigurazione

Secondo la numerologia tradizionale, il 6 è un simbolo ambiguo. Giano bifronte, allude all’opposizione della creatura al Creatore, in un equilibrio precario, che può avere tanto risvolti positivi quanto negativi: può inclinare verso il bene o verso il male, tendere all’unione mistica con il divino o trapassare nella ribellione demonica (666 è, secondo l’Apocalisse giovannea, il “numero della bestia”). Si tratta, in ultima istanza, del numero della prova, della de-cisione fra bene e male. Il numero simbolo per eccellenza dell’iniziazione.

Organizzare un Festival artistico, dedicato al sommo Raffaello Sanzio, sotto questi auspici (trattandosi della sesta edizione del Festival del Nuovo Rinascimento, già transitato due volte a Milano, altrettante a Lucca ed una a Trento), è un grande impegno, tanto rispetto al proprio passato – dovendo confermare la qualità e il successo delle precedenti edizioni – quanto, ancor più, rispetto al confronto con il maestro rinascimentale. Un artista che il Nuovo Rinascimento sente assai vicino alla propria sensibilità. Dopo aver celebrato, nell’edizione 2019, Leonardo Da Vinci, genio proteiforme di un umanesimo multidisciplinare, protomodernista ed eternamente iconico, il Festival invita gli artisti coinvolti a misurarsi con Raffaello, artista alchimista, mago della simbologia, ponte spirituale fra paganesimo e cristianità. L’occasione permette di approfondire ancor più esplicitamente quei temi spesso nascosti eppure centrali nella coscienza degli autori di quel “Rinascimento magico” che gli studi di Ioan Petru Culianu, Frances Amelia Yates, Giorgio Agamben, Daniel Pickering Walker e Will-Erich Peuckert, solo per citarne alcuni, hanno ampiamente documentato e lumeggiato. Un Rinascimento, insomma, davvero olistico e integrale, misticamente connotato, ben più originale e (in)attuale di tanti uman-ismi che sull’uomo si limitano a coniare e diffondere slogan.

Decisiva è da sempre, all’interno del Nuovo Rinascimento, la passione per l’inquietudine e la vivacità culturale di questa fase storico-artistica, nonché per il suo tentativo di proporre una visione integrata del reale, in cui tutte le discipline possano giocare insieme a quel ludico ma serissimo programma di costruzione di una conoscenza totale, sintetica, analogica e metafisica del cosmo che fu sempre il centro propulsore dell’Umanesimo; ma, insieme, vigorosa è la passione, ancor più tragica e lacerante, per la nostra contemporaneità, per la vitalità e dinamicità dell’uomo che si continua a manifestare tutt’oggi, sebbene sempre più contraddittoriamente e secondo schemi spesso confusi e disorganici.

Ecco che allora serve un bagaglio culturale “forte” per diventare autenticamente cittadini del presente e adeguare la nostra coscienza – perlopiù attardatasi su logiche sette/ottocentesche – al nuovo millennio che già da tempo, ormai, incalza noi tutti sul piano della scienza (fisica quantistica), della tecnologia (il digitale), della filosofia (dal postmodernismo alle neuroscienze), degli scenari socio-politici (la globalizzazione, o “planetarizzazione”, per dirla con Heidegger), della stessa percezione delle cose (il virtuale). Serve un Umanesimo, appunto.

Di cui l’opera di Raffaello è un modello decisivo. Si pensi, per citare una sua celeberrima opera, al magistero eterno della sua Trasfigurazione, simbolo par excellence, stando a Nietzsche, della raggiante complexio oppositorum di apollineo e dionisiaco: «La metà inferiore col ragazzo indemoniato, gli uomini in preda alla disperazione che lo sostengono, gli smarriti e angosciati discepoli, ci mostra il rispecchiarsi dell’eterno dolore originario, dell’unico fondamento del mondo: l’“illusione” è qui un riflesso dell’eterno contrasto, del padre delle cose. Da questa illusione si leva poi, come un vapore d’ambrosia, un nuovo mondo illusorio, simile a una visione, di cui quelli dominati dalla prima illusione non vedono niente – un luminoso fluttuare in purissima delizia e in un’intuizione priva di dolore, raggiante da occhi lontani. Qui abbiamo davanti ai nostri occhi, per un altissimo simbolismo artistico, quel mondo di bellezza apollinea e il suo sfondo, la terribile saggezza di Sileno, e comprendiamo, per intuizione, la loro reciproca necessità» (La nascita della tragedia).

Sulla base di queste premesse – impegnative ma appassionanti – gli artisti coinvolti nell’esposizione si sono confrontati con la tematica umanista e con la figura di Raffaello. Come realizzare, tuttavia, un’arte neorinascimentale, ossia un’arte adeguata a delineare un Umanesimo all’altezza dei tempi? Le risposte non sono state univoche, né da un punto di vista tematico né sotto un profilo stilistico. Il Nuovo Umanesimo non intende d’altronde farsi “scolastica” né, tantomeno, dogma estetico. La sua progettualità invita però, anche e soprattutto su un piano artistico, a ripensare alcuni nodi che l’arte contemporanea tende talvolta – troppo spesso, a nostro avviso – a dimenticare. Fra di essi, ne cito di sfuggita alcuni: il rapporto fra estetica e sacro – perché non riparlare di estetica teologica, ad esempio? –, la centralità della meraviglia nella dimensione artistica, la funzione anagogica dell’arte, la componente corporea, materica dell’opera, l’attenzione per la formazione tecnica, quasi artigianale, dell’artista, il rapporto con la tradizione culturale, l’afflato mitopoietico delle creazioni autentiche, la questione filosofica del senso, la bellezza come categoria estetica. Un novero di spinose questioni, risolte dal singolo artista secondo approcci diversi, che implicano indirizzi e valutazioni critiche molto distanti, ma che insieme, nella relazione delle loro note, generano uno spartito dalla sinuosa armonia. Nell’auspicio di aver intavolato un dialogo fruttuoso con “Raffaello il Mago” – come recentemente Davide Foschi ha definito l’artista, alla luce della sua essenza neoplatonica.

– Luca Siniscalco

Stargate

Liliana Grassi

Liliana Grassi, l’artista che fa delle sue creazioni delle vere e proprie emozioni.

Una spiccata personalità artistica resa evidente da un linguaggio espressivo sapiente e dall’appassionata partecipazione emotiva.

La sua arte è frutto di un’attenta osservazione interiore, capace di risvegliare l’istinto percettivo, permettendo di cogliere l’essenza più vera e profonda dell’opera

Dinnanzi alle sue opere si rimane inevitabilmente attratti da una ricerca sperimentale del colore, che assume svariati significati e una moltitudine di simbologie a seconda di chi osserva e fruisce dell’opera.

Il colore come elemento visivo dell’arte: conquista l’attenzione dello spettatore come un’irresistibile calamita che lo attrae verso di sé, creando una forte connessione tra opera e fruitore.

Sin dai suoi esordi predilige una pittura emozionale, dove non è l’artista a conferire un’accezione al suo elaborato, ma il suo beneficiario, che immergendosi all’interno di universi variopinti, ricerca simboli celati all’interno dell’opera.

L’azione nasce da un’idea che si trasforma e muta nel corso del processo creativo; è una metamorfosi lenta, un evolversi costante, che partendo dall’inconscio individuale giunge ad una chiara visione collettiva.

– Alisia Viola

Opere in mostra

Stargate

“Stargate”

Tecnica mista su tela

2020

È un portale che conduce lo spettatore in un mondo immaginario. Permette di collegare in maniera quasi istantanea due punti dello spazio; in questo caso, attraverso l’entrata si annulla la dimensione spaziotempo vigente, accedendo al passato, vivendo così epoche e realtà mai vissute prima, oppure al futuro, compiendo un viaggio chimerico.

Una macchina del tempo che consente di vivere o rivivere momenti tanto desiderati.

“Soluzione Alchemica”

Tecnica mista su tela

50 x 70 cm

2020

L’opera è costituita da cristalli facenti parte di una soluzione alchemica.

Ogni individuo ha dentro di sé la capacità di riconoscere e comprendere il proprio cammino e realizzare così la propria verità, in tutti i suoi aspetti, valorizzando le potenzialità costruttive dell’essere umano.

Soluzione Alchemica
Homo Mundi

“Homo Mundi”

Tecnica mista su tela

100 x 100 cm

2020

L’uomo è posto al centro di tutto. Viene rappresentata l’esaltazione della dignità dell’essere umano.

Come l’uomo domina la realtà esterna, così può dominare se stesso; non si scorge più opposizione tra facoltà spirituali e corpo, ma la possibilità di un armonico equilibrio, che esalta le capacità dell’uomo e permette una realizzazione più compiuta delle potenzialità insite nella sua essenza.

Golden dreams

Iris Corvino

Le sue opere sono un concentrato di varie istanze espressive unite da un filo conduttore solido, contraddistinto dalla presenza del colore e pasta materica, luminosi, pieni di vita, creazioni in cui l’energia primigenia del sole, ma anche l’ombra e il buio, inondano lo spettatore di gioia per mezzo di una rinnovata energia positiva , caratterizzata dai lavori di impronta materica e dai lavori con colori fluorescenti, spostando il baricentro su temi spirituali e armonici.

Fondamentale è la presenza della componente materica, che conferisce tridimensionalità alla superficie, uscendo così dagli schemi tradizionali e rendendo tangibili i mondi onirici della Corvino.

La sua cifra stilistica e la sua ricerca artistica fondano le radici nella pittura, tuttavia fruisce di svariate tecniche che sperimenta quotidianamente.

Il colore avvolge l’intera opera, conferendo un tono vivace e snodato ad ogni tematica affrontata dall’artista. Poesia, leggerezza e positività sono le keywords del suo lavoro.

– Alisia Viola

Opera in mostra

“Golden dreams”

Tecnica mista su tela

70 x 50 cm

2020

Una bimba rivolge il suo sguardo verso tre sfere che simboleggiano i suoi sogni, i sogni d’oro; le tonalità azzurre e dorate richiamano il divino.

Per quanto concerne l’impostazione dell’opera, sono chiari i riferimenti alla Trasfigurazione di Raffaello, mentre il soggetto femminile rimanda ai Putti raffaelleschi.

Andrea Simoncini

Andrea Simoncini è un artista contemporaneo dal cuore classico.

Il suo è un intreccio di opere storiche e contemporanee in un cortocircuito tra classicità e attualità, rappresentando i grandi maestri del passato e gli avvenimenti che hanno fatto la storia, attraverso quelle che sono le parole chiave della sua espressione artistica e che nel tempo hanno fortemente caratterizzato il suo lavoro.

Dal classico al cubismo, e infine al volumetrico transformale. I volti delle figure, pur così parlanti nel movimento e nella mimica, non hanno lineamenti, ma l’espressione si ricava con straordinaria evidenza, e le immagini balzano in rilievo come statue, prendendo consistenza prospettica a tutto tondo attraverso le pieghe delle forme.

La cifra espressiva di Andrea Simoncini gode infatti di un’apparenza metafisico-surrealista dal taglio epico ma moderno e personale, densa di significati declinati in maniera fantasiosa eppure concreta e profonda, spesso geniale, così che la composizione diviene memoria e narrazione attorno alla realtà.

Artista ecclettico, si avvale dell’uso di svariate tecniche, prediligendo la pittura ad olio, proprio come i più grandi maestri del Rinascimento.

Il percorso creativo è fondato su tecniche molto precise e sul controllo di ciascuna fase ideativa, sulla perfezione progettuale, sulle forme mai ovvie dai cromatismi sorprendenti accanto a reperti di epoca classica.

– Alisia Viola

Opera in mostra

“Linea/Forma/Colore, passato prossimo”

Olio su tela

70 x 50 cm

L’anima di Raffaello parla attraverso le forme e i colori che attraversano la tela, dalla quale il Sommo pittore si affaccia.

Minuscole figure prive di volto vengono osservate dall’alto, quasi come se volesse sottolineare la grandezza di Raffaello, l’immensità del passato ,che influenzerà sempre il nostro presente e futuro.

Festival del Nuovo Rinascimento 2020: Raffaello Sanzio, il covid 19 e Philippe Daverio…

Festival del Nuovo Rinascimento 2020:
Raffaello Sanzio, il covid 19 e Philippe Daverio…

Che il 2020 fosse l’anno del 500° anniversario della scomparsa di Raffaello Sanzio lo si sapeva da tempo, direi da almeno 5 secoli. Che il 2020 sarebbe stato l’anno del signore durante il quale il mondo intero avrebbe dovuto affrontare non un’epidemia tout court ma la prima pandemia dell’era dell’informazione, della globalizzazione e del dominio tecnologico no, questo pochi lo aveva previsto, giusto Bill Gates qualche anno fa e una manciata di virologi fuori dal coro. Che poi il 2020 ci avrebbe portato via anche Philippe Daverio, questo no, proprio nessuno lo avrebbe immaginato.

E’ davvero uno strano anno questo 2020, non c’è che dire. Infausto? Spaventoso? Come sempre dipende da che punto di vista lo osserviamo. Di sicuro lo è se osserviamo ad oggi il milione circa di vittime del virus sparsi in tutto il mondo. Molto preoccupante certamente per le problematiche emerse in fase post lock down: a tutt’oggi molte attività economiche sono in ginocchio e le prospettive non sono certo rosee, in particolare per tutte quelle legate al turismo e alla cultura che, di per sé, funzionano a pieno regime solo se le distanze sociali non risultino eccessive. Presenziare ad un evento, visitare una città e semplicemente andare al cinema o a teatro oggi come oggi risulta molto difficile se non quasi impossibile, se non con mille stratagemmi. Però. C’è un però: veniamo per esempio da decenni di dominio assoluto del concetto di “quantità” a scapito di quello della “qualità”. Le nostre città d’arte erano diventate troppo affollate per essere visitate decentemente; la sporcizia e il degrado dell’ambiente erano arrivati a livelli inimmaginabili; troppi film scadenti prodotti, troppa musica di bassissimo livello per concerti sovraffollati e sovrastimati e troppi eventi artistici di scarso livello, oserei dire per la maggior parte impresentabili. Gioco forza oggi, nel caso in cui si riesca a portare a termine un evento culturale di qualunque natura esso sia, lo si deve fare seguendo schemi diversi, ponderando problematiche mai pensate, chiedendo un minor afflusso delle persone che di fatto risultano molto più inclini a destare attenzione sincera con la propria partecipazione, cosa fino a ieri nient’affatto scontata.

La sesta edizione del Festival del Nuovo Rinascimento, a rigor di logica, non sarebbe potuta essere organizzata, così come è accaduto a tantissimi altri eventi artistici e culturali sia in Italia che all’estero, tra quelli sospesi a tempo indeterminato e quelli “terminati” per sempre. Eppure è avvenuto qualcosa di magico, di inaspettato e imprevedibile: quando la nostra associazione culturale nel 2019 ha iniziato a progettare con le istituzioni di Desio, nella splendida Villa Tittoni Cusani Traversi come sede dell’evento, il Festival che avevamo in programma, l’impatto letteralmente virulento del Covid 19 non ha nè sconvolto né alterato la nostra comune intenzione. La domanda che giorno dopo giorno, in pieno lock down, balenava nelle nostre menti riguardava infatti non se portare a termine o no il Festival dedicato a Raffaello ma in che modo lo avremmo fatto? Sotto quale forma? Quando sipensa alla Bellezza nel modo giusto, con sincerità e profondità, i problemi sono raramente insormontabili; diventano più ostacoli parziali che montagne invalicabili. E’ una mentalità pregna di Neoplatonismo quella che da sempre ci conduce, dove il bello è allo stesso tempo buono e vero, dove la forma esteriore non è che una naturale conseguenza della sostanza invisibile interiore, grazie a cui l’intenzione è già una metà del viaggio e dove il futuro è già in formazione nel momento stesso in cui parte e manifestarsi l’idea.

Così è nata la volontà comune tra le istituzioni di Desio e Nuovo Rinascimento di realizzare comunque questo Festival e in una nuova forma, collegata alle visite guidate alla Villa durante un evento così importante e come Ville Aperte in Brianza ea quelle condotte dal nostro team di meravigliosi curatori lungo la nostra mostra d’arte contemporanea, che sono in veste di chief curator Alisia Viola a cui si aggiungono Angela Patrono, Maria Marchese e Luca Siniscalco; allo stesso tempo è sorta l’istanza di portare on line tutti i nostri consueti talk ricchi di ospiti attraverso Youmandesign, quel formidabile canale di comunicazione che si ramifica tra web e social, con le sue trasmissioni in diretta capaci di arrivare ovunque e a tutti. Tutta questa grande organizzazione sarebbe stata impossibile se non fosse al centro quella splendida event manager che è Rosella Maspero, da sempre al mio fianco in quest’avventura artistica neorinascimentale e nella vita. Attraverso un buon uso delle tecnologie possiamo così arrivare nelle case di tutti i nostri “guerrieri della Bellezza” sparsi per l’ Italia e all’estero affrontando come sempre qualunque argomento, dalla filosofia alla letteratura, dal cinema al teatro, dalla musica all’ambiente, dall’ educazione all’economia, tutto secondo la nostra idea di Nuovo Rinascimento, di rilancio per il nostro paese e per l’Europa attraverso la condivisione umanistica delle menti, dei saperi, delle specializzazioni, dei cuori e delle vite di tutti noi.

Ad oggi questo è ancora l’ideale più rivoluzionario che esista o meglio, usando quel neologismo che creai qualche anno fa scrivendo il Manifesto del Metateismo per un Nuovo Rinascimento, questa è in assoluto la visione più evoluzionaria concepibile.

Raffaello Sanzio, così come per l’anno scorso è accaduto a Leonardo da Vinci, ci fa da faro. L’occasione del 500° anniversario della sua scomparsa era da cogliere ma non solo come celebrazione di un grande personaggio storico, modalità già intrapresa da tante altre istituzioni, bensì come afflato potente e vivente per ognuno di noi. L’esempio biografico dell’urbinate è a tutt’oggi un modello incredibilmente fruttuoso per ciascuno; ritrovare quella scintilla di Raffaello che vive nel nostro animo ci consente di conoscerci meglio, di comprenderci, di scoprirci. Chi mi conosce bene sa quanto queste non siano solo parole. Di questo processo interiore di rinascita ne ho fatto un metodo di vita, anche per le mie ricerche artistiche e filosofiche. L’ho fatto da sempre, fin da bambino. Personalmente ritengo che lo spirito della grande triade del Rinascimento (che comprende chiaramente anche Michelangelo) nella veste d’artista debba quotidianamente guidare idee e azioni. Come molti sanno, le stesse mie opere sono una ripresa vivente e contemporanea di quel modo unico di vedere e interpretare il mondo che è stato l’umanesimo, quella scuola di vita che oltre alla sua peculiare natura di provare un misterioso e immenso amore per il passato dell’umanità, lo manifesta nei confronti anche del presente e del futuro: dalle origini ingenue, istintive, magiche, paradisiache e infernali, violente e fanciullesche allo stesso tempo, al presente da comprendere e indirizzare, al futuro da progettare e costruire. La storia è anche architettura, per un vero umanista.

Questo è anche il motivo per cui ho voluto, con una serie di scritti e di articoli che poi sono stati pubblicati a livello internazionale, affrontare Raffaello Sanzio per quel che era veramente: non solo e semplicemente un artista (il migliore peraltro del suo tempo, forse fino ai nostri giorni) ma anche un pensatore, un filosofo che si è espresso tramite l’arte visiva, un grande alchimista, un esploratore dell’invisibile dell’arcano, un sacerdote e addirittura un Magio nel senso più zoroastriano del termine; in definitiva, un sommo maestro di Neoplatonismo come pochi altri nella storia.

Se attraverso una cattiva letteratura e saggistica soprattutto degli ultimi decenni si è voluto rendere Leonardo da Vinci protagonista suo malgrado di un presunto e improbabile mondo occulto ed esoterico ci si dimentica o si nasconde che in realtà il genio toscano è stato il paladino assoluto della simbiosi arte/scienza/natura e precursore di almeno un secolo del metodo sperimentale di Galileo. Le opere di Leonardo non hanno certo bisogno di tutto questo alone di mistero per essere amate; oserei anzi dire che il mistero stesso le mistifica. Il senso dell’arcano e del magico arricchisce solamente ciò che lo connota davvero e getta invece il discredito su ciò che descrive il mondo con gli occhi della razionalità. Si può essere geni in entrambi i casi.

Occorre quindi ristabilire la realtà delle cose e restituire apertamente e pubblicamente a Raffaello lo scettro del vero Mago Artista, colui che nelle sue opere raccontò la storia dell’uomo e del mondo, della religione e della filosofia, descrivendo come pochi la divina essenza dell’essere umano e l’infinita umanità del essere divino, così come il collegamento imprescindibile tra il mondo pagano e quello cristiano, contigui, liquidi tra loro e a tutt’oggi in continua evoluzione proprio come all’inizio dei tempi. Tutto questo al punto che possiamo affermare tranquillamente che ogni opera di Raffaello, dalle più simboliche a quelle che anticiparono di secoli il concetto stesso di iperrealismo nell’arte, è in realtà una parte di una grande mappa intrisa di allusioni alchemiche e saperi occulti; ogni dipinto è una tessera di un mosaico iniziatico, una grande mappa di un sapere per pochi e finalmente, grazie a lui, a disposizione di molti.

Gli Artisti del Nuovo Rinascimento selezionati per questa grande mostra così attesa, così arcaica, archetipica e allo stesso tempo così contemporanea, presente, cosciente e rivolta al futuro, dimostrano di aver voluto inspirare l’ anima dell’urbinate espirandola in ognuna delle opere esposte, da quelle che indagano maggiormente il mondo delle idee a quelle più figurative, da quelle legate al mondo dei sentimenti a quelle ispirate al rapporto tra umanità e divino. Uno accanto all’altro grandi maestri e alcuni giovani talenti che insieme hanno trovato finalmente il fuoco sacro che rende un valore la condivisone tra generazioni, al contrario di quello che accade nelle nostre società così alienanti, così povere d’anima, così sole. Tra installazioni, opere di video arte, sculture e dipinti gli Artisti del Nuovo Rinascimento raccontano ai visitatori il nocciolo di quell’immensa eredità che il Sanzio ci ha lasciato, tanto in modo visibile che invisibile. In preciso ordine alfabetico che non segue assolutamente la carriera e il curriculum, gli artisti del Nuovo Rinascimento esposti in questa mostra sono: Nicolò Accaria, Ang, Angela Alberici, Guseppina Bacci, Anna Rita Barbieri, Alin Marius Buzatu, Alice Capelli , Sandra Cervato, Giorgia Coniglio, Iris Corvino, Enzo Cosi, Adriano Foschi, Davide Foschi, Liliana Grassi, Doris Harpers, Natalia Jacquounain, Mauro Masetti, Luisa Modoni, Marco Nava, Fiorella Pittau, Ross, Liliana Russi, Joe Russo, Sangre, Andrea Simoncini, Roberto Venturini, Marco Zaffaroni.

Proprio come Raffaello, un vero Artista del Nuovo Rinascimento non è infatti solo un abile artigiano plasmatore di superfici bensì un intenso sperimentatore, un vivente laboratorio interiore di forze che collegano cielo e terra, umano e divino. Un vero Artista del Nuovo Rinascimento è un guerriero della Luce, come avrebbe detto Coelho; non è certo un banale “imbonitore di prodotti commerciali” che stupiscono le masse, secondo quell’illusione post modernista di warholiana memoria che di fatto, perdonatemi il termine, ha lasciato col culo per terra l’arte, in tutte le sue forme e influenze possibili.

Essere ricordati per sempre, emozionarsi e far vivere emozioni, essere visionari e profeti, rendere la realtà un sogno e i sogni una possibilità, questo è il vero paradigma dell’artista. Fra altri 500 anni ricelebreremo ancora Leonardo e certo non Jeff Koons, sicuramente Raffaello e non Damien Hirst. Con tutto il rispetto per Cattelan, quando torneremo fra qualche secolo su questa terra con un altro nome ed un altro viso, non troveremo più il suo nome ma di certo parleremo di Tiziano, di Van Gogh e di Kandinskij.

Un artista, se è veramente tale, non lavora per quel famoso quarto d’ora di celebrità né per arricchirsi al punto di non riuscire a compiere la sua missione.

Un artista è il sacerdote di una religione che è l’umanità stessa.

Ultimo accenno. Lo rivolgo ad una persona speciale che non c’è più, almeno qui sul piano fisico. Sto parlando di Philippe Daverio. Per me e per chi ha a cuore l’arte e la cultura italiana non è una notizia facile da accettare. Il nostro paese perde un grande punto di riferimento; di fatto, lo stile ironico, la conoscenza interdisciplinare, il desiderio di meravigliare il prossimo con quell’immenso tesoro che è la bellezza in tutte le sue forme, rappresentano la sintesi di un modello da intellettuale Neo Rinascimentale, ormai tanto raro quanto prezioso. Filosofia e storia, arte e antropologia per Daverio come per me non erano materie distinte ma semplicemente le tante sfaccettature di un unico e immenso mondo che si chiama da secoli e secoli con una parola: “Umanesimo”. La curiosità infinita, degna di un Ficino o di un Leonardo del XXI secolo, era la benzina di quel motore inesauribile che era la sua mente.

Avrei voluto invitarlo a questo Festival, fargli vedere tante opere degli artisti che mi stanno seguendo in questo cammino neorinascimentale; mi balenava l’idea di mostrargli finalmente “La Pietà”, l’opera del mistero, il mio dipinto che da oltre 10 anni si modifica all’improvviso e senza spiegazioni di fronte agli spettatori, bypassando qualunque razionalità o legge fisica. Negli anni si sono immersi nell’opera tanti storici d’arte e protagonisti del mondo della cultura ma sicuramente la voglia di meravigliarsi e l’universalismo di Philippe Daverio sarebbero stati attori di un viaggio  indimenticabile nel comprendere i dettagli che appaiono sulla tela, tra simboli, codici, echi stilistici leonardeschi e spunti profetici. All’apertura della mostra del Festival è stata collocata proprio l’originale di quella ormai storica opera dal titolo “Madonna con Bambino”, nata oltre 15 anni fa proprio dalle mie ricerche su Raffaello e che Philippe conosceva bene attraverso la versione litografica che aveva nella sua collezione. Con l’organizzazione del Festival abbiamo deciso di dedicare questa 6° edizione a lui, è quello che oggi possiamo fare.

L’Italia da ora sarà più povera: tocca a noi e a tutti coloro che credono e lottano quotidianamente per l’arte e per la cultura colmare anche questo vuoto.

Però, grazie anche a Daverio, l’Italia è oggi più ricca rispetto a qualche decennio fa e quando dico “ricca” sapete bene che non mi riferisco certo ai soldi ma alla conoscenza.

Ciao Philippe, quando tornerò di là ci rivediamo: “La Pietà” ce la vediamo insieme da lassù. Promesso.

— Davide Foschi

Raffaello, il mago del Neoplatonismo: il sogno del cavaliere

Raffaello, il mago del Neoplatonismo:
il sogno del cavaliere

D’altre cose io’ non dico, che fôr m[olti],
ché soperchia docenza a mo[r]te men[a],
e però tacio, a te i pens[e]r rivolti.

(Raffaello Sanzio)

Tanto si parla dei misteri legati agli artisti che hanno fatto grande il Rinascimento.

Si è discusso innumerevoli volte della genialità non catalogabile di Leonardo, della sua concezione del mondo, della religiosità naturale o dell’approccio agnostico verso l’invisibile, così come della presunta omosessualità o degli enigmi nascosti nelle sue opere e della capacità di progettazione di un futuro che per molti versi resta tale ancora oggi. Così come sono state dedicate incalcolabili pagine e disquisizioni a proposito di Michelangelo, sulle simbologie nascoste nei suoi dipinti, sulla sua religiosità in odor di eresia, sul senso reale o presunto del suo non-finito. Troppo poco invece, rispetto agli altri due mostri sacri, lo si è fatto con Raffaello Sanzio. Come se la sua figura, solo apparentemente più mite, più accomodante, meno esagerata fosse più semplice e chiara da leggere, da decifrare e da comprendere.

Niente di più sbagliato, nulla di più lontano dalla realtà. Anzi, possiamo dire che è esattamente il contrario.

Tra i tre lumi artistici del Rinascimento, Raffaello è indubbiamente quello più colmo di segreti, di misteri filologici, soteriologici, ermeneutici diremmo oggi, più intriso di riferimenti ad una simbologia occulta e ad una sapienza antichissima.

Possiamo affermare che il giovane Sanzio fu fra i tre grandi del Rinascimento il Mago per eccellenza, colui che si prese più di ogni altro la responsabilità, attraverso la propria arte incomparabile, di traghettarci fino ai nostri giorni con il fil rouge che una parte dell’umanità tramanda da migliaia e migliaia di anni riguardante le 0rigini e l’evoluzione della coscienza.

Raffaello nelle sue opere ci ha lasciato centinaia di riferimenti, particolari e vere e proprie mappe che riguardano la storia segreta dell’umanità e dell’individualità; possiamo comprenderlo osservando i diversi piani di lettura di tesori unici come per esempio la Scuola di Atene (la mirabile opera che Raffaello stesso, ricordiamolo, intitolò Causarum Cognitio proprio a sottolinearne la centralità universale ed epistemologica della raffigurazione, atta a descrivere in termini pittorici la nostra evoluzione interiore, esotericamente ed essotericamente).

Il valore ineguagliabile di Raffaello e la produzione di centinaia e centinaia di opere appaiono ancora più impressionanti se pensiamo alla sua morte precoce a soli 37 anni, età quanto mai simbolica nella storia dell’arte come ha rilevato Flavio Caroli in Trentasette. Il mistero del genio adolescente: come lui Parmigianino, Valentin de Boulogne, Zuccari, Fetti, Watteau, Van Gogh, Modigliani e tanti altri.

Si potrebbe dire che la sua morte precoce riconducibile e raffrontabile ad altri geni della storia dell’arte sia in realtà solo il termine, l’omega del mistero.

Raffaello, il giovane Raffaello, il genio assoluto dell’armonia e del sublime, l’allievo che per molti versi superò maestri passati e contemporanei, l’artista che anticipò quelli futuri, l’uomo più amato dagli amici, dalle donne, dai potenti e dal popolo del Cinquecento, ci pone un’infinità di interrogativi, molti nascosti nei suoi dipinti.

In queste pagine intendo proporvi un itinerario inedito che parte dall’osservazione di una serie di opere del Maestro urbinate atte a cogliere le basi dell’invisibile percorso di Raffaello. Il suo fu un vero e proprio viaggio nel mondo del sapere primordiale, pervaso dalla conoscenza che tanti maestri del pensiero dell’umanità, rappresentanti della filosofia, della religione, della scienza, dell’alchimia portarono avanti per millenni; un viaggio che mai si fermò e che anzi attraversò le ombre indicibili che si nascondevano dietro al Romanticismo ed all’Illuminismo e vive ancora oggi nell’epoca attuale, contraddistinta dall’apparente disgregazione e frammentazione delle forme e dall’unilateralità ossimorica del pensiero unico.

Infatti, sotto l’odierno tecnoscurantismo, dietro la maschera del relativismo dominante, all’ombra della scienza quale nuova chiesa con i suoi nuovi riti e i suoi nuovi sacerdoti, di nascosto dai neo risorgimenti fondamentalisti e nazionalisti, continua a scorrere l’antico fiume di sapienza a cui si abbeverò anche Raffaello.

Il sogno del cavaliere

Il sogno del cavaliere è una delle opere più enigmatiche del genio urbinate. Faceva parte, con le Tre Grazie, della Collezione Borghese a Roma. Alla fine del Settecento l’opera venne acquistata per finire in territorio inglese, passando per la collezione Ottley, fino ad altre collezioni private. Nel 1847 trovò la sua dimora definitiva, la National Gallery di Londra.

La datazione dell’opera rimane piuttosto incerta. Una delle date più probabili resta quella del 1503 o massimo 1504, durante un probabile soggiorno romano di Raffaello in occasione della consacrazione papale di Giulio II.

Teniamo conto che Raffaello all’epoca era poco più che ventenne ed il periodo romano storicamente accertato e documentato inizierà solo nel 1509; in tutti questi anni antecedenti Raffaello portò avanti la sua opera tra Città di Castello, Perugia e, dopo esser diventato un giovanissimo pittore di grande fama in tutta l’Umbria, fu chiamato a Siena da Pinturicchio, con il quale era nata un’intensa amicizia. Sicuramente questo fu un incontro decisivo per la sua formazione culturale. Con Pinturicchio e a Siena Raffaello venne letteralmente impregnato di tutte quelle conoscenze Neoplatoniche che saranno in qualche modo il faro culturale della sua produzione artistica, se non dal punto di vista prettamente tematico, sicuramente dal punto di vista sostanziale.

La composizione de Il sogno del cavaliere risulta formalmente semplice, con una simmetria apparente che rispecchia la serenità del momento onirico del combattente a riposo. Il grande equilibrio fa sì che la base sia rappresentata dal corpo stesso del cavaliere, disteso orizzontalmente nella parte inferiore. Come partisse dal suo stesso corpo si alza l’albero che sorregge l’opera al centro, a sottolineare il perfetto equilibrio tra le masse. Diversi piani degradanti invitano lo sguardo a seguire l’orizzonte, tra montagne bluastre che si perdono in lontananza, rocche e rocce impervie sulla sinistra e un ponte che domina il fiume sulla destra, nel pieno rispetto della lezione leonardesca della spiritualità immanente del regno della natura che si fonde con l’armonia delle costruzioni figlie dell’ingegno umano.

Perché sottolineo l’importanza del Neoplatonismo di Raffaello? Perché quello è il vero cuore filosofico ed esistenziale che scorre nelle vene del genio e tale resterà fino all’ultima delle sue opere, la nota Trasfigurazione (databile tra il 1518 e il 1520) e passando per l’opera delle opere, la bibbia delle conoscenze neoplatoniche, il sunto visivo dell’evoluzione del pensiero e della coscienza umana che da Zarathustra arriva ai nostri giorni: Causarum Cognitio, meglio conosciuta come La scuola di Atene.

Tornando a Il sogno del Cavaliere, la simmetria viene rispettata dalla presenza di due figure femminili poste ai lati del riquadro: Virtus e Voluptas, umiltà e bellezza, anima e corpo; la prima porge al cavaliere dormiente la spada e il libro, simboli del coraggio e della sapienza. La seconda, in abiti più cortigiani, porge un fiore, icona dell’amore, amor sacro e amor profano.

Le due figure non si contrappongono ma sono in relazione: sono anche assecondate dai rispettivi particolari del panorama che fa loro rispettivamente da sfondo, uno più severo, l’altro più dolce. Tra loro non c’è contrasto, neppure un interrogativo rivolto all’uomo/eroe finalizzato a compiere una scelta tra i due mondi, tra le diverse ricchezze fisiche e spirituali. Non si tratta di un dilemma tra bene e male. È invece un doppio apporto a cui il cavaliere, se vuole proseguire nel suo eroico viaggio, non può e non deve rinunciare. Per combattere devi conoscere, per conoscere devi combattere: per conoscere e combattere devi amare. Per amare devi amare con il corpo e con lo spirito. Ecco che si compie il percorso iniziatico dell’eroe che in realtà rappresenta il viaggio che tutti noi, esseri umani pellegrini di questo mondo, dobbiamo intraprendere se vogliamo progredire ad elevare la nostra coscienza.

L’iniziazione avviene attraverso il sogno, ci spiega Raffaello il Mago. Nella notte, durante il sonno, l’itinerario della nostra coscienza superiore descritto fin dall’antichità è quello del viaggio tra le sfere celesti, tra angeli e arcangeli, tra entità di un’altra dimensione che poi, esaurito il sonno profondo e approdando nella fase intermedia del sogno, spesso diventano immagini riconoscibili, tradotte nel nostro vocabolario visivo quotidiano. Spesso al risveglio non ricordiamo quasi più nulla di questo pellegrinare notturno, eppure la maggior parte delle conoscenze e dei tesori è lì nascosta, ben conservata. Con il nuovo bagaglio di conoscenze affrontiamo il giorno successivo, spesso al risveglio troviamo le risposte alle domande che ci si era posti la sera precedente: spesso la notte risana; spesso il sonno ristabilisce equilibrio nella nostra vita.

È lo stesso equilibrio che qui ritroviamo nell’opera di Raffaello, il Mago artista che ci ricorda come, per il vero iniziato, il sogno sia già un risveglio: sia già una Rinascita.

Particolare Cosi vede Foschi

Cosi vede Foschi

Quando due spiriti affini si incontrano nell’Arte, emanano una potenza che trascende la materia e si irradia nello spazio circostante, destando un vivido senso di meraviglia. Sperimentata più volte con successo, l’installazione Cosi vede Foschi mette in dialogo due protagonisti assoluti dell’arte italiana del XXI secolo, uniti da una fratellanza spirituale e da una profonda comunanza di intenti: Enzo Cosi, sublime interprete della scultura contemporanea, e Davide Foschi, geniale fondatore del Metateismo e del Nuovo Rinascimento, pittore per vocazione e per illustre retaggio generazionale.

L’emblematico titolo gioca sul cognome dello scultore: basta un accento e diventa “Così vede Foschi”, a sottolineare il legame umano e artistico tra i due protagonisti. Pittura e scultura in dialogo, per una conversazione ricca di spunti filosofici e metafisici, che apre a una nuova dimensione e stimola la riflessione introspettiva. Un gioco di vuoti e pieni, scorci e affacci sull’esistere, a cui l’osservatore è chiamato a partecipare attivamente. Un richiamo iniziatico nel quale riecheggia quello di Virgilio a un timoroso Dante prima di intraprendere il viaggio della Commedia: «Ma tu perché ritorni a tanta noia? / perché non sali il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia?» (Inf., Canto I, vv. 76-78).

Interagendo con lo spazio e la luce, le opere danno vita a un percorso che invita lo spettatore a vincere ogni remora e diventare un co-creatore, che interiorizza e rielabora i messaggi visivi. A loro volta, Cosi e Foschi concepiscono le loro creazioni in un iperuranio immaginifico, quello del Metateismo, corrente alla quale entrambi aderiscono: come recita il suo Manifesto, l’intento è quello di «cantare la divina essenza dell’Uomo, illuminandone la coscienza con l’intuizione». I due artisti sono guardiani della soglia, come i mitologici psicopompi che traghettavano le anime nel regno ultraterreno. Allo stesso modo, Cosi e Foschi conducono il visitatore in una dimensione che si rinnova ogni volta nel segno dello stupore: le opere esposte sono sempre diverse ad ogni mostra e garantiscono l’effetto sorpresa; in più, l’installazione interagisce con l’ambiente circostante: ogni location permette di sperimentare prospettive inedite e connessioni dialogiche con l’architettura e l’arredo delle sale. Un motivo in più per apprezzare questa splendida sinergia di talenti visionari.

– Angela Patrono

Galleria

Giorgia Coniglio

Giorgia Coniglio, pittrice e scultrice comasca, è un’artista giovanissima di grande talento. L’incontro con la bottega d’artista del suo territorio, indirizza il suo percorso verso la creazione di opere d’arte.

L’artista fruisce di svariate tecniche singolari, rendendo estremamente contemporaneo il cosiddetto mondo della pitto – scultura; attraverso un attento studio delle forme, le quali emanano una forte tensione psicologica e fisica, conferisce un’identità ben precisa a tutte le realtà che la circondano. La sua è una comunicazione senza limiti, spaziando dall’uso di sostanze liquide, fino alla fruizione delle più svariate sostanze materiche, quali il gesso, la plastica, la carta, la resina e le paste polimeriche.

Le sue opere sono caratterizzate da un personale codice stilistico – espressivo.

Trasmettono in modo istintivo, diretto ed efficace il messaggio artistico ed emozionale, che nasce da una ferrea idea creativa, collocata tra la fusione di un concetto di carattere sociale e una forte impressione figurativa.

Il verosimile attraversa la trama della tela. Le sue creazioni si trovano al confine tra realtà e fantasia; il suo è un palcoscenico percorso da sequenze di carattere sociale che coinvolgono l’intera umanità, creando una scena unica e omogenea. Coniglio costruisce nuovi scenari in cui abitare, situazioni che vorrebbe cambiare, realtà sconosciute da scoprire.

– Alisia Viola

Opere in mostra

“Raffaello punto fisso nel tempo”

Olio e Acrilico su tela

60 x 40 cm

2020

L’opera è un omaggio al più grande pittore di tutti i tempi. È una sorta di Scuola di Atene contemporanea, dove sono presenti svariati personaggi estrapolati dalle sue opere, personaggi che stanno sbiadendo col passare del tempo, al contrario di Raffaello, del quale sono state evidenziate le forme e i colori prevalendo sulle altre figure, ricordandoci la sua grandezza e la sua presenza costante nelle nostre vite.

“Intreccio di Raffaello”

Acrilico e Applicazioni polimateriche

20 x 80 cm

2020

L’opera ripercorre l’esistenza del Sommo pittore attraverso dei ciondoli che illustrano i veri e propri intrecci di Raffello, ovvero tutte quelle personalità e luoghi che hanno influito sul suo percorso artistico e personale. È una treccia lineare che parte dalla sua città natale, per approdare a Firenze e infine giungere a Roma, la città che ha reso eterno l’artista urbinate. Sullo sfondo sono applicati fogli di carta, posti causalmente, che ricordano il suo Atelier, punto fermo durante tutto l’arco della sua vita.

Dalia che sboccia

Sandra Cervato

Sandra Cervato, sin da piccola ama l’arte in tutte le sue più ampie sfaccettature e da sempre nutre il desiderio di creare qualcosa di bello per l’intera collettività.

L’artista attribuisce un immenso valore all’esperienza e all’osservazione diretta; ritrae gli elementi naturali attraverso un linguaggio realistico, trovando nei pastelli un modo per realizzare una dimensione di armonia e di grazia che sembra le siano state sottratte dalle vicissitudini della vita. Il desiderio di equilibrio, di pacificazione e di purezza l’ha portata a leggere queste qualità nella natura e a registrarle sul foglio.

Le sue piante sono rappresentate con un intento quasi enciclopedico, ottenendo risultati variegati e sempre più equilibrati. Un filo verde sospeso tra arte e scienza; il disegno non è altro che lo studio della natura: arte e scienza vivono in totale osmosi.
La presenza della flora nella vita della Cervato è davvero pervasiva: dai fiori presenti nella sua piccola oasi paradisiaca sino alla loro rappresentazione su carta.

La tecnica usata esalta la delicatezza del tocco, ma anche l’intensità delle emozioni di chi si immerge nel mondo floreale.

– Alisia Viola

Opere in mostra

Dalia che sboccia

“Dalia che sboccia”

Disegno su carta

36 x 46 cm

2020

È una Dalia nascente che si apre alla vita e si prepara all’osservazione del mondo. Una fresca creatura appartenente al piccolo paese fertile della Cervato, abitato da svariate e molteplici specie di piante.

La Dalia è da sempre simbolo di gratitudine e dall’immagine traspare un inno alla vita e alla bellezza.

“Boccioli che crescono”

Disegno su carta

36 x 46 cm

2020

È la prima testimonianza di vita di una Dalia selvatica cresciuta nella sua Terra florida.

Rappresenta l’origine dell’esistenza e la genesi della bellezza, quindi tutte quelle cose che migliorano il mondo rendendolo unico e speciale, quali l’essere umano, la natura e l’arte.

Boccioli che crescono

Alice Capelli

Alice Capelli si è avvicinata in modo particolare alla pittura e alla fotografia, sperimentando l’approccio attraverso le forme e i colori che richiamano la sensualità e l’ebrezza spirituale.

L’artista gioca con l’erotismo dei segni e dello spettro cromatico, in una dimensione eterea e onirica in cui le figure si abbandonano nello spazio.

Le sue creazioni fanno parte del progetto “Les fleurs du plaisir”, in cui l’eros non è concepito interamente nel suo aspetto più istintivo e primitivo, bensì rappresenta una costante osservazione psicologica dell’azione umana.

Il tratto è istintivo, graffiante e primordiale, dove gestualità e corpo diventano protagonisti della sua poetica.

Un linguaggio che predilige il gesto e il movimento, avvicinandosi sempre più all’azione performativa.

Le sue opere non vogliono rappresentare, al contrario, vogliono irrompere nella vita quotidiana dell’individuo. La sua ricerca si sedimenta su una danza cromatica morbida, leggera e armoniosa, al contempo energica, vivace, furiosa e ossessiva.

– Alisia Viola

Opera in mostra

“Le serpi”

Tecnica mista su tela

155 x 100 cm

2020

L’opera vede un ribaltamento simbolico del soggetto protagonista della tela.

Il serpente è sempre stato simbolo di presagi negativi, al contrario, in questo caso, le serpi assumono un significato estremamente positivo.

Simboleggiano l’amore verso la natura, verso le origini del mondo, un omaggio alla Terra feconda, creatrice di ogni cosa.

Una danza primitiva che apre e chiude il ciclo dell’esistenza.

L’anello mancante

Alin Marius Buzatu

Artista che racconta l’intensità di un’emozione attraverso la geometria. Le sue opere fondono il rigore di uno schema ben definito, all’inevitabile parte emotiva, che non può prescindere dall’uomo, da quel desiderio di ricordare e a volte raccontare un’interiorità che non riesce a rientrare all’interno di quegli stessi schemi che molto spesso è lui stesso ad imporsi.

Il suo lavoro è stato segnato da un approfondito studio di alcune tra le Avanguardie più importanti del Novecento; tra queste spiccano il Cubismo e il Futurismo.

I colori sono sapientemente usati; predilige tonalità forti e nitide, mettendo in luce le figure rappresentate, tra le quali ricorrono spesso donne danzanti oppure esseri misteriosi, provenienti da diversi mondi. La vivacità del tratto, unito ad un ricco cromatismo, attribuisce alle forme ritmi freschi ed eleganti.

Le sue creazioni inducono l’osservatore a soffermarsi sui molteplici significati che possono contenere, e al contempo, interrogano sull’emozione che vuole diffondere e sulle storie che vuole narrare. Può essere un ricordo, una mancanza, un amore; Buzatu costruisce percorsi di immagini nate dalle sue esperienze personali e da tutte quelle riflessioni riguardanti l’intera umanità.

– Alisia Viola

Opera in mostra

L’anello mancante

“L’anello mancante”

Olio, Acrilico e Bomboletta spray su compensato

75 x 130 x 5cm

2019

Scienza o Religione?

La verità è che, facendo un’analisi approfondita su scienza, religione e magia, è possibile tangere dei punti in comune che potrebbero far pensare che, se in antichità erano una cosa sola, il tempo le ha separate.

Chi ha voluto rappresentare l’artista? Una piccola creatura, un essere che ci guida, la nostra voce interiore, oppure è semplicemente una cellula. Tocca a noi decidere.

Redemption

Anna Rita Barbieri

Cultrice del ritratto quale espressione pittorica della vita nella sua concretezza e fatticità, Anna Rita Barbieri propone un figurativo all’altezza dei tempi, memore di una vitale tradizione artistica che risale agli albori dell’arte occidentale e raggiunse il suo vertice in epoca rinascimentale, ma al contempo proiettata verso l’esigenza presente e futura di trasfigurare con gli strumenti del simbolo, della bellezza e della meraviglia gli attimi più intimi e quotidiani dell’uomo. La sua “nuda vita”, insomma, che pure è in costante e fecondo dialogo con le forze della storia, della cultura, dell’esperienza sociale e comunitaria.

Le numerose mostre – personali e collettive – cui l’artista partecipa fra il 2015 e il 2020 testimoniano un percorso di intensa crescita personale, insieme umana e artistica, che l’artista bolognese lascia emergere nel segno pittorico vivace, energico e dinamico che contraddistingue la sua poetica. La sapiente costruzione del rapporto fra volti, spazi e figure viene cesellata grazie all’immersione negli stati d’animo suggeriti da improvvisi e stupefacenti guizzi e lampi cromatici. A emergere è quel mondo interiore che tende alla libertà assoluta e che in questa strenua e lancinante aspirazione esige un’arte che lo rifletta: non arbitrariamente, bensì con il rigore della tradizione artistica che Kandinskij interpretava come “principio della necessità interiore”.

– Luca Siniscalco

Opera in mostra

Redemption

“Redemption”

80 x 80 cm

2019

Il volto femminile elegante e raffinato, che richiama nelle sue forme armoniche la grande arte classica e rinascimentale, assurge a icona laica della Bellezza.

L’opera evoca così la redenzione dagli orrori del mondo – il brutto estetico è infatti omogeno al male morale.

A sconfiggerlo è la forza centripeta dell’arte che conduce l’astante alla Meraviglia.

Giuseppina Bacci

Artista poliedrica, nei primi anni della sua carriera si approccia alle Avanguardie del primo Novecento, orientandosi verso una ricerca stilistica personale basata su un rigore geometrico. Partendo da una realtà naturale e passando attraverso una sintesi geometrica, approda ad una dimensione spazio-temporale indefinita.

Contemporaneamente si dedica alla pittura figurativa basata sullo studio delle tecniche pittoriche del passato attraverso il linguaggio del disegno e della decorazione, applicato anche al restauro di affreschi e di pitture murali. La potenza espressiva ed evocativa di un’immagine viene trasmessa attraverso il filtro di una storia millenaria che mostra e consegna un’opera non più integra e armoniosa, bensì trasformata e modernizzata.

Senza il nostro passato e le nostre origini non saremmo nulla, non avremmo un’identità precisa ma soprattutto non esisterebbe il nostro presente; le sue opere ricordano ciò che siamo stati e ciò che saremo per sempre.

– Alisia Viola

Opera in mostra

“Venere Acefala”

Acrilico su tela

70 x 100 cm

2008

La potenza espressiva ed evocativa dell’immagine penetra anche attraverso il filtro di una storia millenaria che ci consegna un’opera non più integra, ma trasformata.

La sua nuova forma, lacerata e ferita nelle sue parti mancanti, non ha perso di bellezza e di armonia, al contrario, la sua carica emotiva è intatta, quasi rafforzata e sublima ciò che fu e ciò che resta oggi di essa.

Vita

Angela Alberici

Curiosa e creativa sperimentatrice, Angela Alberici imposta la propria ricerca artistica superando il sensazionalismo di certa arte contemporanea e valorizzando la componente “artigianale” della propria esplorazione. Parlare di artigianato d’arte oggi, nell’età della massificazione tecnica, della serialità produttiva e del minimalismo concettuale, parrebbe a prima vista fuori tempo massimo. Invece – e l’Alberici lo (di)mostra – è possibile recuperare non soltanto l’importanza dell’eredità dell’artigianato tradizionale, ma persino il suo genuino e ancora (in)attuale potenziale artistico. Sino ad affermare il primato di questa pratica antica, a tratti antimoderna, su certe derive compulsivamente sperimentali dell’arte neoavanguardistica. Anche questa teoria che si fa immediatamente prassi è un omaggio alla tradizione rinascimentale e di bottega cui Raffaello sapientemente si ricollegava.

La Alberici, formatasi da autodidatta attraverso decenni di esperienza creativa nel mondo della moda e della scenografia, approda al design, con la creazione, fra gli altri oggetti, di lampade di cristallo che sono scrigni di luce, e quindi all’arte vera e propria, con il desiderio di convogliare le capacità tecniche, acquisite e stratificate, in quella esigenza di espressività, sulla scia di una tensione radicale verso la libertà, che solo una poetica autonoma rispetto a schemi e convenzioni può accordare.

Appassionata del lavoro sui più disparati materiali, nella sua ricerca recente predilige il cartongesso e le resine, con cui esprime lo sforzo dell’artista sulla materia: il lavorio incessante richiesto da questa tecnica trasforma la creazione artistica in una prassi ascetica – nel senso etimologico dell’“esercizio”. Fare arte significa così per la Alberici scontrarsi col mondo e con la condizione umana, partecipare a una guerra già persa in partenza, sic rebus stantibus, ma in cui l’artista testardo e volenteroso riesce a instillare spazi di bellezza e di assoluto.

– Luca Siniscalco

opera in mostra

“Vita”

60 x 120 cm

2018

Composizione elegante, misurata, a prima vista armonica, l’opera cela una tragica verità, che emerge dall’attenta lettura delle linee e delle forme: la vita è pesante, reggerla schiaccia l’uomo.

Eppure, è proprio in questo sforzo titanico che, come magistralmente è cantato da Leopardi ne La ginestra, si gioca tutto il senso dell’esistenza umana.

Tra presente e passato

Ang

Angelo Augusto Montorio realizza dei tropi figurati, il cui disvelamento digrada entro note concettuali, sospese tra la realizzazione di un ancestrale nucleo e un’attuale visione di quest’ultimo.

Ivi risiede l’arcano quid, peculiarità dell’artista.
Il sapore di primievo, che egli imprime, addentro le opere, attraverso precisi tocchi di pennello, muta nel rintocco delle lancette di un meccanismo temporale, che divelle le barriere spazio/temporali.

La forza di questa andana dicotomica, i cui argini risultano così altalenanti tra il longinquo e l’oggi, dona vita ad una dimensione altra, la cui complessità tessutale diviene peculiarità della personalità artistica dell’esteta di Melzo.

Egli modula asserzioni e tenuità tonali con maestria, cosicchè l’astante venga involto in un imperituro rebus esistenziale.

La simbologia diviene, per l’artista, uno scelto linguaggio, che rende le opere al pari di risme figurate: le tele dispiegano la loro essenza nodale calcando, impalpabilmente, lo sfoglio dei significati, ivi impressi dall’autore.

Le tinte vibrano tra le impervie, intime, oscure note del mistero e altresì tra quelle che riconducono all’imperituro splendore dell’antichità.

La sue prose figurate consentono all’astante di perdersi in un immaginario interrogativo, per poi non ritrovarsi… e, in questo aliare, egli sposa l’ineffabile riservatezza custodita dall’arcano.
Un viaggio intimo e coinvolgente, quello edificato dall’artista, che lo contraddistingue, nel panorama artistico, per inusuale sceltezza espressiva e formale.

Maria Marchese

Opere in mostra

Fuoco Azzurro

“Fuoco azzurro”

Colori ad olio e acrili su tavola

79 X 50 cm

L’artista abbraccia, attraverso un arcano gioco di immagini e tinte tonali, l’essenza de “LA VELATA” , asprendone le fattezze.

Egli onora, così, una donna, il cui mesto percorso esistenziale l’ha resa incurante seppur consapevole dell’altrui giudizio.

Le sofferenze ne hanno segnato le sembianze fisiche e mutato lo spirito, con cui ella affronta la vita.

“Tra presente e passato”

Colori ad olio e acrili su tavola

50 X 50 cm

L’artista ammannisce uno scelto desco figurato, sospeso tra presente e passato, ove la mitologia sposa l’odierno.

Melpomene, dea greca della tragedia, diviene protagonista di una complessa dissertazione figurata, dove il quesito la fa da padrone.

Tra presente e passato
Codardia

Nicolò Accaria

Nicolò Accaria è un giovane artista diplomatosi nel 2014 all’Accademia di Belle Arti di Brera. Storico membro del Nuovo Rinascimento, con cui ha esposto in tutte le cinque edizioni del Festival (a Milano al Museo Mu-Mi Ex Fornace nel 2016 e 2019, nel 2017 e 2018 a Lucca a Villa Bottini, nel 2018 al “Palazzo delle Albere” di Trento), è un vero maestro nella lavorazione della materia lignea. La sua passione per la dimensione artigianale e materica dell’arte lo porta a esercitare la propria perizia sulla matrice lignea, disinteressandosi della stampa successiva e proponendo così al pubblico delle opere che si collocano, su un piano tecnico, fra il dominio della xilografia e quello della scultura.

Incidere i segni sul legno è per Accaria una forma di espressione radicale: plasmare questa materia, che si radica simbolicamente nel suolo, in una fedeltà alle nostre più arcaiche radici, è per l’artista uno strumento indispensabile per esprimere quella necessità interiore, fatta di bellezza e comunicazione, che è cardine essenziale dell’arte neorinascimentale. La ricerca della meraviglia si accompagna in Accaria a una particolare attenzione e sensibilità nei riguardi delle tematiche esistenziali e dei grandi interrogativi dell’uomo. Anche la paura, la codardia e le emozioni negative fanno parte di una ricerca estetica attenta al mistero della vita: realmente, in Accaria, «l’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni» (Pablo Picasso).

– Luca Siniscalco

Opera in mostra

“Codardia”

Legno e tecnica mista

50 x 70 cm

Codardia è la potenza del rosso che accende la tela e poi si dà alla fuga: da questo “schiaffo” che atterrisce e smuove l’astante emerge un coniglio, simbolo per eccellenza del vizio protagonista dell’opera. Un coniglio che, d’altro canto, è incapace di fuggire – in quanto privo degli arti inferiori – a monito di come dalle proprie paure sia impossibile liberarsi senza un confronto diretto.

Nelle linee che plasmano l’animale s’intravedono altre figure, fra cui una sagoma di donna, a denunciare come sia spesso proprio il sesso femminile quello più colpito dalla codardia umana.

Metempsicosi

Mostra personale di Roberto Venturini “Il viaggio dell’anima”

Pervasa da un misticismo visionario, la pittura di Roberto Venturini scavalca le transenne del consueto per approdare nei lidi di un mondo onirico, magico, surreale. Nella sua arte, fusione alchemica tra estro e natura, riverberano echi di Dante, Jung, Platone, sapienti maestri che disseminano indizi sulla Via, spronando l’iniziato a trovare il proprio sentiero. Come nella raffaellesca Scuola di Atene, grandi anime riunite in simposio sono presenti, in maniera più o meno manifesta, nelle opere di Venturini. Ma questo universo così variegato ha una segreta connessione con un altro dipinto di Raffaello: Il Sogno del Cavaliere, in cui emerge l’afflato esoterico di stampo neoplatonico nel solco di una ricerca spirituale senza fine. 

Alchimista dei giorni nostri, Venturini trasmuta la materia grezza attraverso le fasi di un processo catartico. Fin dalla primissima lavorazione, la tavola è purificata attraverso la prova del fuoco: ardendo come una Fenice, viene esposta agli elementi naturali e cosparsa di sughero, sabbia, colate di cera; il rituale ha così compimento e l’artista può finalmente trasporre il frutto del suo spirito sul supporto materiale.

Nelle sue favole in punta di pennello, Venturini è di volta in volta miniaturista medievale, sciamano, pittore surrealista. La “pittura mistica”, così definita dall’artista, è mediata dal simbolo che sprigiona tutta la sua potenza in molteplici aspetti: nel contrasto cromatico, nella forma pura del cerchio o in caotici pigmenti primordiali, nelle fantasmagorie oniriche o nell’infinità di creature che popolano ogni tavola. Il Viaggio dell’Anima neorinascimentale è un percorso dal substrato cristologico, un’escatologia che redime un mondo in travaglio attraverso l’Amore. Ed è lo stesso artista – viator e guida al tempo stesso – ad accompagnarci lungo sentieri scoscesi e labirintici, per terra o per mare, passando attraverso il fuoco purificatore per approdare al Cielo.

Il percorso dell’anima ha origine da una Inizia-Azione, in un affollarsi di sagome, mostri e spiritelli immersi in un magma primordiale che può essere trasceso volgendo gli occhi a una luna benevola e foriera di pace; ciò prelude al dipinto successivo, Il Cristo, un inno al superamento della dualità conflittuale attraverso l’Amore consapevole. Ed è un anelito di agognata pace a suggerire fusioni polimateriche nel tondo La Dama dell’Incontro: un gioco surrealista tra illusione ottica e verità spirituale, che nel brulicare cromatico narra il contatto con l’alterità e il desiderio di relazione dell’anima incarnata per fare esperienza nello spazio-tempo. Ma la coesistenza tra anime non è sempre idilliaca: per ignoranza, ottusità o malvagità, non tutti sono disposti a riconoscere l’Altro come fratello, e il dramma dell’ingiustizia perpetrata verso i più deboli è narrato in una tavola come Acqua tremenda, dove risuonano note dolenti in uno straziante omaggio ai profughi annegati nel Mediterraneo. Lo scenario che si presenta Dopo l’inquinamento è catastrofico, ma due impavidi esseri umani, muniti di tuta e scafandro, sono pronti a gettare i semi dell’umanità nuova. Dopo la purificazione si compie così una Metempsicosi, trasmigrazione delle anime, in cui le anime scelgono di ritornare sulla Terra per continuare la loro Missione al servizio di un Bene supremo, lasciando scorgere la possibilità di una palingenesi. Che si compie in Arrivo in Paradiso, un tondo che può rievocare le rappresentazioni dantesche di Sandro Botticelli e Gustave Doré, ma anche il fulgore divino della Trasfigurazione raffaellesca. Nella circolarità dell’Infinito le anime approdano alla Meta, la stessa visitata da Dante – raffigurato nell’opera insieme a Beatrice – nel suo capolavoro immortale. Ad accogliere i pellegrini al traguardo sono un cane e un gatto, messaggeri di un amore incondizionato oltre l’ego. Quell’Amore «che move il sole e l’altre stelle», che ci umanizza e divinizza al tempo stesso, portandoci fuori da noi stessi benché fissi nel nostro centro, finalmente riconciliati con l’Identità suprema.

– Angela Patrono

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